SENTENZA N. 329
ANNO 1997
Commento alla decisione di
Antonio G. Chizzoniti
(per gentile
concessione della rivista osservatorio delle
libertà ed istituzioni religiose)
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
composta dai signori:
- Dott. Renato GRANATA Presidente
- Prof. Giuliano VASSALLI Giudice
- Prof. Francesco GUIZZI "
- Prof. Cesare MIRABELLI "
- Prof. Fernando SANTOSUOSSO "
- Avv. Massimo VARI "
- Dott. Cesare RUPERTO "
- Dott. Riccardo CHIEPPA "
- Prof. Gustavo ZAGREBELSKY "
- Prof. Valerio ONIDA "
- Prof. Carlo MEZZANOTTE "
- Avv. Fernanda CONTRI "
- Prof. Guido NEPPI MODONA "
- Prof. Piero Alberto CAPOTOSTI "
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 404 del codice penale, promosso con ordinanza emessa il 6 dicembre 1995 dal Pretore di Trento, sezione distaccata di Borgo Valsugana, nel procedimento penale a carico di Luciani Carlo ed altro, iscritta al n. 529 del registro ordinanze 1996 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 25, prima serie speciale, dell’anno 1996.
Udito nella camera di consiglio del 12 marzo 1997 il Giudice relatore Gustavo Zagrebelsky.
Ritenuto in fatto
1. — In un giudizio penale per reati di danneggiamento e offesa della religione cattolica mediante vilipendio di cose, il Pretore di Trento, sezione distaccata di Borgo Valsugana, ha sollevato, con ordinanza del 6 dicembre 1995, questione di legittimità costituzionale dell’art. 404 del codice penale, in riferimento agli artt. 3, primo comma, e 8, primo comma, della Costituzione.
La disposizione incriminatrice dell'art. 404 del codice penale (Offese alla religione dello Stato mediante vilipendio di cose), per la quale si procede nel giudizio principale, stabilisce al primo comma la pena della reclusione da uno a tre anni per "chiunque, in un luogo destinato al culto, o in un luogo pubblico o aperto al pubblico, offende la religione dello Stato, mediante vilipendio di cose che formino oggetto di culto, o siano consacrate al culto, o siano destinate necessariamente all'esercizio del culto"; mentre il successivo art. 406 (Delitti contro i culti ammessi nello Stato) stabilisce che "chiunque commette uno dei fatti preveduti dagli articoli 403, 404 e 405 contro un culto ammesso nello Stato" sia punito "ai termini dei predetti articoli", ma prevede al contempo che la pena sia diminuita.
2. — Il Pretore argomenta il quesito di costituzionalità richiamando, in primo luogo, la sentenza n. 125 del 1957 della Corte costituzionale, che ha dichiarato non fondata analoga questione, sollevata in riferimento agli artt. 7 e 8 della Costituzione. Nella decisione - osserva il rimettente - si è escluso il contrasto della norma con il principio di uguale libertà delle confessioni religiose, sia perché "l'art. 404 non limita il libero esercizio dei culti e la libertà delle varie confessioni religiose, né limita la condizione giuridica di chi professa un culto diverso dal cattolico", sia perché gli artt. 7 e 8 non stabiliscono la parità tra le diverse confessioni, "ma ne differenziano invece la posizione giuridica, che è sì di eguale libertà, ma non di eguale regolamento dei rapporti con lo Stato". Osserva inoltre il giudice a quo, richiamando passaggi della relazione ministeriale sul codice penale del 1930, che la configurazione delle diverse incriminazioni in tema di vilipendio delle religioni, con la tutela rafforzata relativamente agli atti compiuti in dispregio della religione cattolica e dei suoi simboli, rispecchia l'intento del legislatore di allora, mosso dall'esigenza di tutelare la religione cattolica quale "... fattore di unità morale della nazione", "bene di civiltà di interesse generale... della più ampia importanza, anche per il raggiungimento dei fini etici dello Stato".
3. — L'entrata in vigore della Costituzione, con i principi fondamentali di laicità dello Stato, di uguaglianza senza distinzioni di religione e di uguale libertà delle confessioni religiose, e poi ulteriormente la modifica del Concordato lateranense, attraverso l’accordo recepito con la legge 25 marzo 1985, n. 121, che ha esplicitamente affermato il venir meno del principio della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano, avrebbero dovuto - prosegue il rimettente - determinare una modifica legislativa di tutte le disposizioni che, come quella impugnata, fondano una differenziazione di disciplina tra religione "dello Stato" e altri culti, a svantaggio di questi ultimi; ma così non è stato.
Si
è d’altra parte sviluppata, nella giurisprudenza costituzionale, una
linea di progressiva riconsiderazione dell'assetto normativo in argomento. La
sentenza n. 79 del 1958, nel riconoscere al sentimento religioso sul piano
individuale il carattere di diritto inviolabile, segna altresì la separazione
del sentimento religioso collettivo dalle commistioni con le finalità dello
Stato etico, giustificando la tutela rafforzata della religione "dello
Stato" in quanto rivolta a un bene di interesse
della quasi totalità dei cittadini e dunque sulla base del dato, quantitativo e
sociologico, della religione di maggioranza. Un criterio,
questo, che è utilizzato ancora nella sentenza n. 14 del 1973, che peraltro già
contiene l'invito al legislatore a sanare la discriminazione tra le diverse
confessioni e i rispettivi fedeli. Tale contesto
normativo ha resistito anche alla sentenza n. 925 del 1988, nella quale però,
una volta intervenuta la ricordata modifica degli accordi concordatari,
Il
punto d'arrivo di questo itinerario della
giurisprudenza costituzionale è rappresentato dalla sentenza n. 440 del 1995,
che ha dichiarato l'incostituzionalità parziale dell'incriminazione della
bestemmia (art. 724 cod. pen.), in riferimento ai princìpi contenuti negli artt. 3, primo
comma, e 8, primo comma, della Costituzione. Da questi princìpi discende l’incompatibilità con
4. — Questione analoga a quella da ultimo indicata si manifesta, ad avviso del giudice rimettente, nel raffronto tra l’art. 404 e l’art. 406 del codice penale, poiché anche rispetto a queste previsioni incriminatrici debbono valere le considerazioni svolte nella richiamata sentenza n. 440 del 1995, sia quanto all'oramai superata nozione di "religione dello Stato", sia quanto alla inammissibilità, sul piano costituzionale, della perdurante disparità di disciplina penale dei medesimi fatti, a seconda che costituiscano vilipendio della religione cattolica (art. 404), ovvero di un culto "ammesso" nello Stato (art. 406).
Considerato in diritto
1. — Il Pretore di Trento solleva una questione costituzionale di uguaglianza in materia di religione, relativamente all'art. 404, primo comma, del codice penale che punisce con la reclusione da uno a tre anni "chiunque, in un luogo destinato al culto, o in un luogo pubblico o aperto al pubblico, offende la religione dello Stato, mediante vilipendio di cose che formino oggetto di culto, o siano consacrate al culto, o siano destinate necessariamente all'esercizio del culto", mentre l'art. 406 del codice penale stabilisce che "la pena è diminuita" qualora il medesimo fatto sia commesso contro un "culto ammesso nello Stato". Tale diversità di pena nella quale si incorre a seconda che l’offesa riguardi la "religione dello Stato" ovvero un "culto ammesso", viola, ad avviso del giudice rimettente, gli artt. 3, primo comma, e 8, primo comma, della Costituzione, i quali proclamano rispettivamente la pari dignità e l’uguaglianza di tutti i cittadini, senza distinzione di religione, e l'uguale libertà di tutte le confessioni davanti alla legge.
2. — La questione è fondata.
Le norme richiamate prevedono una diversa sanzione penale per il medesimo fatto di reato, qualora esso sia commesso contro quella che il codice penale, in mancanza di una riforma, denomina tuttora anacronisticamente (si veda il punto 1 del Protocollo addizionale dell'Accordo di modifica del Concordato lateranense, recepito con legge 25 marzo 1985, n. 121) la "religione dello Stato" - formula che, alla stregua della sentenza n. 925 del 1988 di questa Corte, deve riferirsi alla religione cattolica, in quanto già religione dello Stato - ovvero sia commesso contro un "culto ammesso nello Stato" - espressione anch'essa fuori tempo, dovendosi intendere nel senso di comprendere tutte le "confessioni religiose", diverse da quella cattolica, che rientrano nella protezione dell'art. 8 della Costituzione -.
Tale diversità è stata di volta in volta giustificata con argomenti non più idonei a consentirne il mantenimento nell’attuale ordinamento alla stregua degli invocati princìpi costituzionali.
Secondo
la visione nella quale si mosse il legislatore del 1930, alla Chiesa e alla
religione cattoliche era riconosciuto un valore politico, quale fattore di unità morale della nazione. Tale visione, oltre a trovare
riscontro nell'espressione "religione dello Stato", stava alla base
delle numerose norme che, anche al di là dei contenuti
e degli obblighi concordatari, dettavano discipline di favore a tutela della
religione cattolica, rispetto alla disciplina prevista per le altre confessioni
religiose, ammesse nello Stato. Questa ratio differenziatrice
certamente non vale più oggi, quando
La giurisprudenza di questa Corte, fin dalle sue prime decisioni, ha infatti posto a fondamento, quale oggetto di tutela penale da parte delle norme in questione, il sentimento religioso, non quale interesse dello Stato ma quale "interesse, oltre che del singolo, della collettività" (sentenza n. 125 del 1957). Nell'ambito della protezione di tale interesse collettivo, peraltro, fu riconosciuta la speciale preminenza della religione cattolica rispetto alle altre religioni e su questa base venne quindi giustificata la tutela penale della prima, rafforzata rispetto a quella offerta alle seconde, ritenendosi che da ciò non derivasse alcun limite al libero esercizio dei culti o alla condizione giuridica dei credenti (sentenza n. 125 citata). Valse allora come argomento la considerazione che la religione cattolica è, per antica e ininterrotta tradizione, quella professata dalla "quasi totalità" dei cittadini (così, ancora, la già ricordata sentenza n. 125 del 1957 e le sentenze n. 79 del 1958 e n. 14 del 1973).
Tale
criterio, quale giustificazione di discipline differenziate
in ordine alla protezione penale del sentimento religioso, è stato
successivamente abbandonato dalla giurisprudenza di questa Corte. Nella
sentenza n. 925 del
L'evoluzione
della giurisprudenza costituzionale rende infine improprio il riferimento,
quale criterio giustificativo della differenziazione operata dalla legge, alla
presumibile "maggiore ampiezza e intensità delle reazioni sociali che
suscitano le offese" alla religione cattolica, criterio talora utilizzato
in passato congiuntamente a quello quantitativo (sentenze n. 79 del 1958, n. 39
del 1965 e n. 14 del 1973). Il richiamo alla cosiddetta coscienza sociale, se
può valere come argomento di apprezzamento delle
scelte del legislatore sotto il profilo della loro ragionevolezza, è viceversa
vietato là dove
E'
significativo, a questo riguardo, che esplicite
rivendicazioni di uguaglianza di trattamento in questa materia si trovino oggi
espresse in intese stipulate dallo Stato con varie confessioni religiose
minoritarie e tradotte in legge dello Stato. Vi può essere la richiesta di una
generale disciplina equiparatrice (come
è il caso dell'art. 1, comma 4, dell'Intesa con l'Unione delle Comunità
ebraiche italiane del 27 febbraio 1989, recepito nell'art. 4 della legge 8
marzo 1989, n. 101, secondo il quale "è assicurata in sede penale la
parità di tutela del sentimento religioso"), ovvero dell'eliminazione
altrettanto generalizzata di ogni protezione penale speciale diretta del
sentimento religioso (come è il caso, invece, dell'art. 4 dell'Intesa con
3. — Gli argomenti portati a sostegno della differenza di disciplina posta dagli articoli 404 e 406 cod. pen. risultano pertanto tutti superati, con la conseguenza che tale differenza si rivela essere un'inammissibile discriminazione.
A
questa Corte, nell'ambito dei propri poteri, compete porre rimedio a essa soltanto riconducendo a uguaglianza la
quantificazione della sanzione penale, attraverso la dichiarazione di
incostituzionalità dell'impugnato primo comma dell'art. 404 cod. pen. nella parte in cui prevede
una pena eccedente quella diminuita, comminata per il fatto previsto dall'art.
406. Esula invece dalla giurisdizione costituzionale ogni affermazione circa la
natura della previsione di cui all'art.
PER QUESTI MOTIVI
dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 404, primo comma, del codice penale, nella parte in cui prevede la pena della reclusione da uno a tre anni, anziché la pena diminuita prevista dall'art. 406 del codice penale.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 10 novembre 1997.
Presidente: Renato GRANATA
Relatore: Gustavo ZAGREBELSKY
Depositata in cancelleria il 14 novembre 1997.