Alessandro Pace
La Corte costituzionale nell’esperienza di un avvocato
(articolo
già pubblicato sul Giornale di storia
costituzionale, 2006, fascicolo n. 11).
1. La
trattazione della causa nelle pubbliche udienze.
A
prima vista non vi sono, dal punto di vista dell’avvocato, rilevanti differenze
tra la Corte costituzionale e le altre magistrature superiori nella trattazione
orale della causa. Il giudizio viene infatti celebrato dinanzi ai quindici
giudici costituzionali (la stessa composizione numerica che originariamente
caratterizzava le Sezioni unite della Corte di cassazione) press’a poco con le
stesse modalità seguite dinanzi a tutte le supreme magistrature. La trattazione
è preceduta dalla relazione del giudice redattore designato, che in sostanza è
costituita dalla lettura di quello che sarà il «Ritenuto in fatto» delle
decisioni della Corte.
Il
giudice costituzionale prof. Cassese, di recente eletto, ha però introdotto una
nuova prassi: anziché leggere il «Ritenuto in fatto», come gli altri giudici,
egli da un lato si limita ad indicare i punti nodali della causa (la questione
di legittimità costituzionale [q.l.c.] e le eventuali sottoquestioni),
dall’altro evidenzia i punti delle rispettive difese che gli avvocati delle
parti dovrebbero meglio chiarire. È però ancora troppo presto per poter
affermare che ciò preluda ad un mutamento corale della prassi finora invalsa.
Dopo
la relazione prendono per primi la parola i difensori (uno o più) della parte
che ha interesse all’accoglimento del ricorso o della q.l.c., poi i difensori
della parte convenuta o resistente, quindi i difensori degli eventuali
controinteressati nel giudizio a quo
e infine il rappresentante dell’Avvocatura generale dello Stato. In passato si
ammetteva la possibilità di repliche, ancorché brevi. Ora non più.
Il
Presidente interviene solo per governare la discussione e quindi, di massima,
non si rivolge al difensore per chiedergli chiarimenti in punto di fatto o di
diritto. Nella mia esperienza ricordo che mi sono state rivolte precise domande
su aspetti fattuali della q.l.c. solo due volte, entrambe da parte di due
ottimi presidenti del collegio provenienti dalla magistratura: la prima dal
Presidente f.f. Gionfrida nel corso dell’udienza che opponeva la Rai alla
Rizzoli Editore s.p.a. nel giudizio relativo alla legittimità costituzionale
del monopolio radiotelevisivo statale via etere terrestre su scala nazionale
(causa che si concluse con la sentenza di rigetto
n. 148 del 1981, rel. Maccarone); la seconda dal Presidente Chieppa nel
corso dell’udienza concernente la q.l.c. di una norma che, ai fini dell’esonero
dall’esame per l’iscrizione nel registro dei revisori contabili, non prendeva
in considerazione la posizione di coloro che alla data di entrata in vigore
della legge avessero ancora in corso la sessione d’esame per l’iscrizione
all’albo professionale di ragioniere e perito commerciale (giudizio conclusosi
con la sentenza
d’accoglimento n. 35 del 2004, red. Onida, che sostituì la rel. Contri,
evidentemente in disaccordo sul dispositivo della decisione).
In
entrambi i casi la perfetta conoscenza dei fatti era della massima importanza:
nel primo caso perché si discuteva della capacità interferenziale delle
radiofrequenze utilizzate dalla rete PIN della Rizzoli a danno del servizio
pubblico; nel secondo perché soltanto nel distretto Milano-Lodi - con
riferimento al quale aveva preso le mosse il giudizio a quo - le prove orali degli esami professionali di ragioniere si
erano protratte oltre la data ritenuta rilevante dal legislatore ai fini
dell’esonero dall’esame per l’iscrizione nel registro dei revisori contabili (e
cioè la data di entrata in vigore della legge).
2.
La «spirito» della Consulta.
Discutere
una causa dinanzi alla Corte costituzionale rappresenta, per un avvocato che
sia anche studioso di diritto costituzionale, il top delle proprie aspirazioni professionali.
A
parte il rilievo che per i giudici della Corte costituzionale la conoscenza del
diritto costituzionale non rappresenta un optional
- e quindi il costituzionalista parla con la sicurezza di essere compreso (come
non sempre accade con altre supreme magistrature) -, è lo stesso «ambiente» che
è gratificante. La struttura dell’aula d’udienza - nella quale i quindici
giudici, pur sedendo su tre dei quattro lati della sala, non sono così
incommensurabilmente lontani dal banco dei difensori come nell’aula delle
Sezioni unite della Corte di cassazione - e la sobria eleganza di essa danno
una sensazione di vicinanza ideale e di comunanza di lavoro tra giudici e
avvocati.
Una
comunanza di lavoro che i Presidenti della Corte hanno sempre inteso
sottolineare e ribadire nella cerimonia di commiato in onore dei giudici
costituzionali che partecipano per l’ultima volta ad una pubblica udienza, ai
quali viene rivolto il saluto di un avvocato del libero foro e di un
rappresentante dell’Avvocatura generale dello Stato.
Ma c’è
di più. Per uno studioso di diritto costituzionale ciò che rende
particolarmente gratificante discutere una causa alla Consulta è che nel
collegio decidente siedono invariabilmente alcuni (talvolta svariati) colleghi
professori universitari dai quali non ci si aspetta certo un trattamento di
favore, ma la cui comune provenienza accademica fa almeno presumere che gli ex colleghi staranno a sentirlo, quanto
meno per curiosità.
E
poiché non di rado anche i difensori della controparte sono colleghi
universitari oppure avvocati dello Stato di grande prestigio, la discussione ne
trae vantaggio e si svolge in modo intelligente e garbato, come pervaso da uno
spirito proprio di quel luogo.
3.
La mia prima causa davanti alla Corte costituzionale.
La
prima causa da me discussa davanti alla Corte costituzionale è stata quella che
portò alla famosa sentenza
n. 202 del 1976 (rel. De Marco), con la quale la Corte dichiarò
l’incostituzionalità del monopolio statale delle trasmissioni radiotelevisive
via etere terrestre su scala locale.
Io
difendevo la RAI insieme con due colleghi purtroppo scomparsi: il prof. Paolo
Barile (che allora era mio prestigioso collega nella Facoltà giuridica
fiorentina) e l’avv. Emanuele (Nello) Santoro, che dirigeva l’Ufficio studi
della concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo e aveva fondato «Il
diritto delle radiodiffusioni e delle telecomunicazioni», una pregevole rivista
da lui diretta che aveva conquistato una buona notorietà tra gli esperti del
settore.
La
sconfitta fu bruciante perché la legge n. 103 del 1975, che venne con tale
decisione dichiarata incostituzionale in alcune sue disposizioni, era stata
approvata poco più di un anno prima, per giunta sulla base delle indicazioni
fornite dalla stessa Corte al legislatore nella sent. n. 225 del
1974. Bruciante ma non del tutto inaspettata. Nel periodo intercorrente tra
l’udienza di discussione (3 giugno) e la decisione della sentenza (15 luglio)
si era infatti verificato un evento di grande rilievo politico, di cui la Corte
probabilmente tenne conto: nelle elezioni politiche del 20 giugno il PCI, sotto
la guida di Enrico Berlinguer, aveva toccato il massimo storico dei suoi
consensi elettorali (il 34,47 per cento, pari a 227 seggi alla Camera)
avvicinandosi notevolmente alla DC (38,7 per cento, pari a 263 deputati). Si
disse allora, da più parti, che la Corte aveva così garantito all’Italia un
assetto radiotelevisivo pluralistico quand’anche il PCI avesse conquistato la
maggioranza parlamentare.
Vera
che fosse tale interpretazione, essa comunque confermava quel che Giuseppe
Branca aveva, con la sua abituale schiettezza, dichiarato a più riprese come ex Presidente della Corte, e cioè che la
Corte costituzionale, in conseguenza dei criteri previsti per la sua
composizione e dati gli effetti delle sue decisioni, è sensibilissima alle
conseguenze politiche delle proprie decisioni. Sul punto avrò modo di tornare
più volte.
Gli
altri ricordi indissolubilmente collegati a quella mia prima esperienza in
Corte sono la brillantissima e incontenibile arringa del prof. Giuseppe
Guarino, che assisteva uno degli imputati nei giudizi penali nel corso dei
quali era stata sollevata la q.l.c. in discussione; il fatto che, per
l’emozione, ad un certo punto del mio intervento... persi il filo del discorso
(che però ritrovai, alla bell’e meglio, quasi subito); infine, l’inattesa
assenza, nel collegio giudicante, del prof. Leopoldo Elia, che sulla carta
avrebbe dovuto essere favorevole al rigetto della questione.
Quest’ultimo
fatto merita una qualche considerazione perché solleva un problema attinente al
funzionamento della Corte e alla sua indipendenza, che è un punto che sta molto
a cuore agli avvocati. Sta di fatto che il prof. Elia si astenne in tale
occasione in quanto, nella sua notoria onestà ed indiscussa sensibilità,
ritenne - essendo stato in precedenza consigliere d’amministrazione della RAI -
di trovarsi in una situazione che non gli avrebbe garantito un’assoluta
terzietà nei confronti della regiudicanda.
Per
quanto direttamente mi risulta, della stessa sensibilità dette prova anche il
giudice costituzionale Flick, che si astenne in un giudizio per conflitto tra
poteri promosso dalla Sezione disciplinare del CSM contro il Senato della
Repubblica (sent.
n. 270 del 2002, red. Onida), perché nella sua precedente veste di Ministro
di grazia e giustizia aveva promosso un giudizio disciplinare che costituiva
appunto l’oggetto del conflitto (con riferimento al quale il Senato si era
espresso in favore dell’insindacabilità delle opinioni del magistrato,
successivamente eletto).
Della
stessa sensibilità non hanno invece dato prova, in altre cause da me discusse,
quei giudici costituzionali che come liberi professionisti avevano difeso - per
giunta dinanzi alla stessa Corte e in cause consimili - una delle parti della
questione sulla quale si trovavano ora a dover giudicare.
A loro
difesa deve però ricordarsi che l’art. 16 delle Norme
integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale dispone
espressamente l’inapplicabilità alla Corte delle norme relative all’astensione
e alla ricusazione dei giudici, fuori dei casi dei giudizi penali a carico del
Presidente della Repubblica.
É però
obiettabile che, sebbene la Corte abbia più di una volta negato di poter essere
qualificata come organo della giurisdizione (con la conseguente inapplicabilità
degli obblighi di imparzialità e terzietà imposti ai giudici dall’art. 111
Cost.), essa ha, ciò nonostante, ammesso di essere «disciplinata in modo da
rendere possibile il contraddittorio» (sent. n. 13 del
1960), il che dovrebbe essere motivo più che sufficiente per indurre la
Corte a fare doverosa applicazione della comune disciplina dell’astensione e
della ricusazione: comune disciplina che, allo stato, risulta esclusa non già
in conseguenza di una scelta costituzionale o legislativa, bensì, come già
detto, di una norma integrativa dettata dalla stessa Corte.
4.
Varietà delle valutazioni «politiche» e delle conseguenti scelte che la Corte
talora effettua. La «scelta politica», puramente ipotetica e comunque
rientrante nei poteri della Corte, sottesa alla sent. n. 202 del
1976.
Ho
ricordato le «voci» secondo le quali la Corte, nel pronunciare la decisione
d’accoglimento n. 202 del 1976, sarebbe stata condizionata da valutazioni lato sensu politiche. Un fatto, questo,
che in via di principio non trova mai favorevole chi ragiona con l’habitus mentale dell’avvocato laddove lo
studioso è più duttile. Questi ne prende atto e, a seconda del tipo di
costituzionalismo che professa - «irenico» o «polemico» (come direbbe Massimo
Luciani) ([1])
-, lo giustifica e addirittura lo teorizza nel primo caso (in nome della
razionalità del reale!) oppure, nel secondo, ne lamenta la portata derogatoria
dei diritti di azione e di difesa e quindi cerca di limitarne concettualmente
le ipotesi.
A
proposito della sent.
n. 202 devo però aggiungere, onestamente e per completezza del discorso,
che la c.d. libertà d’antenna veniva già da anni sempre più sostenuta da vasti
settori della pubblica opinione e dello schieramento politico moderato (Tele
Biella risale al 1972!) e che la Corte, con tale sentenza, tutto sommato,
ribadì, con riferimento agli impianti via etere terrestre su scala locale,
quanto da essa già deciso con la sentenza
d’accoglimento n. 226 del 1974 relativamente al monopolio statale sulle
trasmissioni radiotelevisive via cavo su scala locale. Anzi, le indicazioni di
quest’ultima decisione erano state così restrittivamente seguite dalla legge n.
103 del 1975 (la quale si limitò a consentire ai privati il solo cavo
monocanale!), che da taluni giudici costituzionali si ritenne - almeno così
allora si vociferò - che vi fosse stata un’elusione del giudicato della sent. n. 226 del
1974 che «andava sanzionata», per l’appunto, con un’ulteriore pronuncia
d’incostituzionalità: la sent. n. 202 del
1976.
Se la
Corte, con la sent.
n. 202 del 1976, ebbe a compiere una «scelta politica», questa però avvenne
senza abusare delle proprie attribuzioni costituzionali: da un lato il
dispositivo d’annullamento riguardava solo il profilo penale dell’esercizio,
senza concessione, di impianti radiotelevisivi via etere terrestre su scala
locale; dall’altro la motivazione della sentenza non solo sottolineava
esplicitamente che il «riconoscimento del diritto di iniziativa privata»
postulava «la necessità dell’intervento del legislatore nazionale», ma indicava
altresì i limiti che, nell’interesse generale, il legislatore avrebbe dovuto
porre a tale diritto.
Ergo la Corte costituzionale, in coerenza
con la propria giurisprudenza sull’inesistenza di un diritto costituzionale
all’uso dei mezzi di diffusione, non riconobbe affatto, con tale decisione, in
capo ai privati, un immediato diritto a trasmettere - come invece si disse da
politici e da imprenditori interessati e come fu ripetuto dai loro difensori
nelle aule giudiziarie. E quando la Corte smentì questa tesi (sentenze nn. 237 del 1984,
826 del 1988
ecc.), era ormai troppo tardi ([2]).
5.
Le «notevoli» e «determinanti» scelte politiche della Corte sottese alle sentenze nn. 420
del 1994 e 466
del 2002 ovvero «le dichiarazioni d’incostituzionalità praticamente
inutili».
Mi
sono soffermato sulla c.d. politicità della sent. n. 202 del
1976 perché ben diverse sono le decisioni rese dalla Corte nelle due cause
in cui presi parte come difensore di TVI (titolare di TMC, poi La7) contro RTI
(Fininvest prima e Mediaset poi): cause che concernevano entrambe
l’illegittimità costituzionale di norme che consentivano al maggior gruppo
televisivo privato italiano (e che praticamente gli consentono tuttora) di
possedere ben tre reti nazionali con impianti via etere terrestre in tecnica
analogica.
Pur
dichiarando l’incostituzionalità delle norme sottoposte al suo giudizio la
Corte evitò, nel primo caso, di dichiarare l’incostituzionalità di altre norme
(aventi la stessa ratio e quindi
parimenti incostituzionali: il d.l. n. 323 del 1993) che consentivano ad altro
titolo, per quasi due anni e mezzo, il funzionamento degli impianti in
questione (così la sent. n. 420 del
1994, red. Granata) dichiarativa dell’incostituzionalità dell’art. 15,
comma 4, della legge n. 223 del 1990).
Nel
secondo caso (e questa volta la TVI era difesa dal carissimo avv. Ottavio
Grandinetti oltre che da me) la Corte utilizzò invece, nel dispositivo, una
formula che impediva l’immediata caducazione della norma dichiarata
incostituzionale, che anzi veniva spostata al 31 dicembre 2003 «per determinare
le modalità della definitiva cessazione del regime transitorio di cui al comma
7 dell’art. 3, comma 7, della legge n. 249 del 1997» (così la sent. n. 466 del
2002, red. Chieppa).
E’
evidente che, in entrambi i casi, la q.l.c. - come argutamente sottolineato in
dottrina con specifico riferimento alla sent. n. 466 ([3])
- mentre era stata rilevante «in entrata», non lo era più «in uscita», nel
senso cioè che, dato il tenore del dispositivo, alla parte vittoriosa dinanzi
alla Corte costituzionale veniva sottratta la benché minima possibilità di
utilizzare in suo favore, nel giudizio a
quo, la sentenza che aveva accolto la q.l.c. da essa prospettata.
Contrariamente
all’ipotesi della sent.
n. 202 del 1976 (nella quale il contesto politico ha soltanto «agevolato»
una certa decisione d’accoglimento), nei casi delle sentenze nn. 420 del 1994
e 466 del 2002
l’attenzione della Corte per le conseguenze politiche connesse alla propria
pronuncia (cessazione dell’operatività in tecnica analogica della terza rete
RTI) è stata «determinante». Anzi, è stata così esclusiva da farle dimenticare
ciò che essa stessa aveva in precedenza rilevato in una famosa decisione - la sent. n. 232 del
1989 (red. Ferri) -, e cioè che «il diritto di ognuno ad avere per
qualsiasi controversia un giudice e un giudizio verrebbe a svuotarsi dei suoi
contenuti sostanziali se il giudice, il quale dubiti della legittimità di una
norma che dovrebbe applicare, si veda rispondere dalla autorità giurisdizionale
cui è tenuto a rivolgersi, che effettivamente la norma non è valida, ma che
tale invalidità non ha effetto nella controversia oggetto del giudizio
principale, che dovrebbe quindi essere deciso con l’applicazione di una norma
riconosciuta illegittima».
Il che
significa che, in un sistema di sindacato incidentale di costituzionalità, la
decisione d’accoglimento dovrebbe spiegare sempre effetti (retroattivi) quanto
meno nel giudizio principale, a meno di voler considerare una lustra i diritti
di azione e di difesa costituzionalmente proclamati come inviolabile ([4]).
Rilievi,
quest’ultimi, che come di recente ricordato ([5]),
avevano già indotto la Corte a superare la sua precedente giurisprudenza intesa
a limitare pro futuro gli effetti delle proprie decisioni d’accoglimento (sentenze nn. 266
e 501 del 1988,
n. 50 del 1989)
([6]).
Quanto
alla natura delle valutazioni politiche connesse alle sentenze nn. 420 del 1994
e 466 del 2002,
è comunque opportuno ricordare che entrambe furono decise quando il maggior
beneficiario della permanenza in vigore delle norme dichiarate incostituzionali
era anche Presidente del Consiglio dei ministri. Ne consegue che delegare al
Parlamento il potere di «determinare le modalità della definitiva cessazione
del regime transitorio» equivaleva, in effetti - soprattutto nel secondo caso,
data la maggioranza di centro-destra della XIV legislatura -, a rinviare sine die la perdita di efficacia delle
norme dichiarate incostituzionali.
In
entrambi i casi la Corte costituzionale non si è invece preoccupata del
gravissimo pregiudizio economico che una decisione di accoglimento praticamente
ineseguibile avrebbe determinato a carico del gruppo imprenditoriale vittorioso
(e che, nel primo caso, ha in effetti determinato a danno del gruppo Cecchi
Gori) e, conseguentemente, a danno del pluralismo informativo.
6.
La «politicità» come considerazione del rilievo ordinamentale o istituzionale
delle conseguenze della decisione. Tre esempi.
Un
diverso ma non minore tasso di politicità presentavano tre importanti conflitti
di attribuzione da me discussi ormai parecchi anni fa: due conflitti
interorganici sollevati dalla Corte dei conti e un conflitto intersoggettivo
sollevato dalla Regione Puglia: il primo proposto contro la Camera dei
deputati, il Senato della Repubblica e il Governo a seguito della mancata
sottoposizione a controllo preventivo di un decreto legislativo, in
applicazione dell’esclusione di tale controllo introdotta nel nostro
ordinamento dall’art. 16, comma 1, legge n. 400 del 1988 (giudizio concluso con
la sentenza di
rigetto n. 406 del 1989, red. Corasaniti); il secondo proposto contro il
solo Governo a seguito di atti e fatti impeditivi dell’esercizio delle funzioni
di controllo della Corte dei conti a carico dell’IRI, dell’ENI, dell’INA e
dell’ENEL, a seguito della loro trasformazione in società per azioni (giudizio
concluso con la sentenza
d’accoglimento n. 466 del 1993, red. Cheli); il terzo proposto dalla
Regione Puglia contro lo Stato, in persona del Presidente del Consiglio pro
tempore, per l’annullamento di un d.p.c.m. che dichiarava lo stato di emergenza
ambientale asseritamente determinatasi nella Regione Puglia e di un’ordinanza
emanata dallo stesso Presidente del Consiglio che delegava il Prefetto di Bari
a predisporre il programma degli interventi (giudizio concluso con
l’annullamento parziale degli atti impugnati: sent. n. 127 del
1995, red. Guizzi).
Diversamente
dai giudizi ricordati al n. 5, la politicità, in tutti e tre questi casi,
risiedeva quindi esclusivamente nella rilevanza «istituzionale» (nel primo e
nel terzo caso) oppure «ordinamentale» (nel secondo) delle questioni coinvolte,
nel senso che l’accoglimento del primo ricorso avrebbe implicato conseguenze
sulla politica economica del Governo e forse addirittura sulla forma di
governo; l’accoglimento del secondo avrebbe spiegato - come in effetti è
accaduto - rilevanti conseguenze sull’intero sistema industriale;
l’accoglimento del terzo mirava infine a salvaguardare l’autonomia
costituzionale regionale nei confronti di provvedimenti governativi, in materia
di protezione civile, assunti in falsa applicazione della legge n. 225 del
1992, che conferivano ad organi amministrativi statali amplissimi poteri.
7.
Illustrazione dei tre esempi.
Col
primo ricorso, la Corte dei conti chiedeva infatti alla Corte costituzionale di
dichiarare la spettanza ad essa, «ai sensi dell’art. 100, comma 2, Cost., (del)
controllo preventivo di legittimità sui decreti legislativi delegati ex art. 76
Cost. in quanto atti del Governo» (non invece sui decreti legge, ancorché i
dubbi di costituzionalità fossero praticamente gli stessi). Ciò infatti avrebbe
consentito alla Corte dei conti di effettuare il controllo preventivo
sull’attività normativa abitualmente delegata al Governo (discipline
codicistiche, attuazione delle direttive comunitarie, riforma della p.a.)
nonché sui decreti legislativi implicanti una nuova spesa, i quali, per definizione,
non hanno un controinteressato, con la conseguenza che, una volta emanati,
sfuggono a qualsivoglia sindacato giurisdizionale, con grave nocumento per la
finanza pubblica.
Di
questo giudizio - nel quale io assistevo la Corte dei conti insieme al collega
ed amico prof. Federico Sorrentino - posso dire che esso è stato uno dei più
interessanti di quelli da me trattati sotto un profilo strettamente
costituzionalistico sia per la varietà delle questioni, anche d’ordine
processuale, sia per il valore dei colleghi avversari (i professori Paolo
Barile, Feliciano Benvenuti e Alberto Predieri e l’Avvocato generale dello
Stato Giorgio Azzariti) ([7]).
La
Corte costituzionale dichiarò preliminarmente inammissibile il conflitto nei
confronti delle Camere in relazione all’approvazione dell’art. 16 della legge
n. 400 del 1988, così facendo propria la tesi, fino ad allora respinta dalla
dottrina prevalente, secondo la quale le leggi e gli atti con forza di legge
non potessero costituire oggetto di un conflitto tra poteri (questa tesi, com’è
noto, è stata poi in parte disattesa dalla stessa Corte costituzionale). Quanto
invece all’ulteriore profilo del conflitto, nei confronti del Governo, avente
ad oggetto la mancata sottoposizione alla Corte dei conti di un dato decreto
legislativo (incidentalmente al quale veniva chiesto alla Corte costituzionale
di sollevare la q.l.c. del cit. art. 16), la Corte costituzionale respinse tale
q.l.c. come «manifestamente infondata».
La
Consulta dette infatti una lettura restrittiva dell’art. 100, comma 2, Cost.
(«La Corte dei conti esercita il controllo preventivo di legittimità sugli atti
del Governo») escludendo dal novero di tali atti quelli equiparati alla legge,
e ciò contro una prassi favorevole alla loro sottoposizione alla Corte dei
conti, che si fondava, prima della Costituzione, sull’art. 17 del t.u. n. 1214
del 1934 e, dopo di essa, sulla lettura estensiva dell’art. 100, comma 2, Cost.
(coonestata dalla stessa Corte costituzionale) ([8])
che «costituzionalizzava», per l’appunto, quanto disposto dal cit. art. 17 (sent. n. 406 del
1989, cit.).
Col
secondo ricorso, la Corte dei conti, difesa dal prof. Giorgio Oppo e da me,
chiedeva invece alla Corte costituzionale di «dichiarare che spetta alla Corte
dei conti - nella composizione della sezione del controllo sugli enti a cui lo
Stato contribuisce in via ordinaria - l’esercizio del controllo, previsto dalla
legge 21 marzo 1958, n. 259, sugli enti pubblici economici trasformati in
società per azioni con partecipazione totalitaria o comunque prevalente dello
Stato» ([9]).
In sostanza la Corte dei conti lamentava che il Governo si rifiutasse di
sottoporre al controllo ex art. 100, comma 2, seconda parte, Cost., l’IRI, l’ENI,
l’INA e l’ENEL per il solo fatto che essi sarebbero stati formalmente
trasformati in società per azioni pur restando saldamente in mano pubblica.
La
Corte costituzionale accolse il ricorso sottolineando, tra l’altro, che
«(d)iversamente da quanto asserito dallo stesso Governo, la semplice
trasformazione degli enti pubblici economici di cui all’art. 15 della legge n.
359 del 1992 non può essere (...) ritenuto motivo sufficiente a determinare
l’estinzione del controllo di cui all’art. 12 della legge n. 259 del 1958 fino
a quando rimanga inalterato nella sostanza l’apporto finanziario dello Stato
alla struttura economica dei nuovi soggetti, cioè fino a quando lo Stato
conservi nella propria disponibilità la gestione economica delle nuove società
mediante una partecipazione esclusiva o prevalente al capitale azionario delle
stesse» (sent.
n. 466 del 1993, cit.).
Infine,
con il terzo dei ricorsi qui ricordati, la Regione Puglia lamentava la menomazione,
da parte dello Stato, delle proprie attribuzioni costituzionali prospettando
che i problemi sanitario-ambientali erano stati solo il pretesto per
«commissariare» la Regione Puglia, retta da una maggioranza politica diversa da
quella di centro-destra allora al governo (c.d. Berlusconi I) del Paese. La
Regione non contestava quindi l’applicabilità alla specie della legge n. 225
del 1992 (essa stessa aveva richiesto al Governo l’adozione dello stato
d’emergenza e l’adozione di provvedimenti straordinari ed indifferibili);
contestava invece la falsa applicazione di tale legge al fine di espropriare la
ricorrente, in violazione degli artt. 117, 118 e 119 Cost., delle attribuzioni
costituzionali spettatile ([10]).
Nella
sua decisione la Corte riconobbe che quanto accaduto in Puglia non realizzava
né la previsione della calamità naturale, né quella della catastrofe. Si
trattava bensì di gravi carenze strutturali, da tempo segnalate dalla stessa
Regione, che riguardavano il ciclo idrico e lo smaltimento dei rifiuti, e che
presentavano un alto rischio per un bene fondamentale come la salute. La
Regione Puglia - con valutazione dei suoi organi tecnici, e con delibera della
Giunta - aveva del resto segnalato l’urgenza di provvedimenti straordinari ben
al di là dei pochi casi di colera registrati dagli uffici sanitari. Tale
situazione giustificava quindi, per la Corte, l’esercizio di poteri
straordinari per un arco di tempo ragionevolmente esteso, ma nel rispetto di
quel nesso di congruità e proporzione, che sarebbe valso a garantire
l’autonomia regionale.
In
conclusione, la Corte, accogliendo il ricorso sia pure solo in parte,
dichiarava che non spetta allo Stato, e per esso al Presidente del Consiglio
dei Ministri, di introdurre prescrizioni per fronteggiare uno stato di
emergenza che conferiscano ad organi amministrativi poteri d’ordinanza non
adeguatamente circoscritti nell’oggetto, e comunque tali da derogare a settori
di normazione primaria (oltre tutto richiamati in termini assolutamente
generici) e a leggi fondamentali per la salvaguardia dell’autonomia regionale,
senza nemmeno prevedere l’intesa per la programmazione generale degli
interventi. Conseguentemente la Corte annullava l’art. 1 dell’impugnata
ordinanza nella parte in cui non prevedeva l’intesa con la Regione per quanto
attiene alla predisposizione, da parte del commissario delegato, del programma
degli interventi, nei termini precisati in motivazione; e l’art. 2 della stessa
ordinanza, nella parte in cui venivano derogati, per intero, numerose leggi
statali in materia di valutazione dell’impatto ambientale, sul nuovo
ordinamento delle autonomie locali, sull’uso delle risorse idriche nonché
importanti leggi regionali in materia di programmazione regionale (sent. n. 127 del
1995, cit.).
La
legge n. 225 del 1992 superava quindi l’esame di legittimità costituzionale a
cui la Regione Puglia incidentalmente l’aveva sottoposta, ma al prezzo di una
lettura riduttiva dei poteri che essa aveva originariamente conferito al
Governo centrale.
8.
Il costituzionalismo «oppositivo» alla prova: a) la causa sul c.d. lodo
Maccanico (o Schifani).
Per
chi ritenga che «il costituzionalismo implica un’impostazione metodologica
sempre tesa ad esaltare il limite del potere per evitarne gli arbitri, quale
che sia il problema in discussione: il contenuto dei diritti costituzionali o i
poteri dell’esecutivo, l’immunità del Capo dello Stato o dei membri del
Parlamento, le funzioni della Corte costituzionale e così via» ([11])
- e sia quindi essenzialmente «oppositivo» ([12])
o «polemico» ([13])
-, le controversie nelle quali l’avvocato «costituzionalista» può dar prova del
suo impegno civile sono soprattutto quelle nelle quali egli ha modo di
utilizzare le sue conoscenze professionali per combattere le manifestazioni
arbitrarie di potere.
In
questo senso mi ritengo fortunato di aver potuto prestare la mia opera
professionale in talune delle cause in materia radiotelevisiva da me discusse,
da solo o con autorevoli colleghi - ad es. quelle ricordate supra al n. 5, alle quali vanno però
quanto meno aggiunte la causa conclusa con la famosa sent. n. 826 del
1988 (red. Spagnoli) ([14])
e quella conclusa «sotto tono» ([15])
con l’ord. n.
438 del 1990 (red. Spagnoli), la quale, al momento della discussione
dinanzi alla Corte, era politicamente non meno importante delle altre ([16]).
In
tale ottica, devo però soprattutto ricordare la mia partecipazione a due altri
giudizi: il primo concernente la legittimità costituzionale dell’art. 1 della
legge n. 140 del 2003 (c.d. lodo Maccanico o Schifani) ([17])
e concluso con la sentenza
d’accoglimento n. 24 del 2004 (red. Amirante); il secondo relativo al
conflitto di attribuzioni tra poteri sollevato dalla Procura della Repubblica
presso il Tribunale di Tempio Pausania contro il Presidente del Consiglio dei
Ministri, on. Berlusconi, occasionato dall’apposizione del segreto di Stato
sulla villa «La Certosa», residenza di villeggiatura del medesimo (ma di
proprietà privata). Questo secondo giudizio non superò la fase
dell’ammissibilità in quanto la Corte, con una discutibilissima decisione,
ritenne che fosse cessata la materia del contendere (ord. n. 404 del
2005, red. De Siervo).
L’oggetto
del contendere nel primo giudizio è troppo noto per doverlo qui ricordare
ancorché sommariamente ([18]).
Basterà sottolineare la disciplina paradossale delle sospensioni
penalprocessuali prevista dall’art. 1 della legge n. 140: l’immunità
processuale, ancorché temporanea, delle cinque Alte cariche valeva per i fatti
criminosi «extrafunzionali» addirittura antecedenti l’assunzione della carica o
della funzione ma non per i fatti criminosi «funzionali» previsti dagli artt.
90 e 96 Cost. Il che chiariva, oltre ogni ragionevole dubbio, che ciò che aveva
preoccupato il legislatore della XIV legislatura non era tanto di assicurare la
funzionalità della carica (come ebbero a sostenere dinanzi alla Corte i
difensori dell’on. Berlusconi), quanto creare, in ragione dell’alta carica
ricoperta, «situazioni diverse da cittadino a cittadino», in spregio di quanto
disposto dall’art. 3 Cost. ([19]).
Né - come in un primo tempo si tentò di sostenere - era fondata la tesi
dell’esistenza di discipline analoghe, in favore del Presidente del Consiglio,
in altri ordinamenti contemporanei di democrazia liberale, e in particolare in
quello spagnolo ([20]).
È
comunque significativo dell’essenza di privilegio insita nell’art. 1 cit., che
l’allora Presidente Chieppa ebbe ad affermare pubblicamente, in mia presenza,
di ritenersi «profondamente offeso» che il Presidente della Corte
costituzionale fosse stato esplicitamente annoverato tra i beneficiari di tale
immunità ([21]).
Mette
conto di ricordare che la q.l.c. era stata sollevata dal Tribunale di Milano
con ord. 30 giugno 2003 ([22])
nel corso di un processo penale a carico di Silvio Berlusconi, nel quale era
parte civile la CIR s.p.a. La causa fu chiamata dinanzi alla Corte
costituzionale il 9 dicembre 2003, e la discussione fu assai ampia e
approfondita. Difensori della CIR eravamo l’avv. Giuliano Pisapia, il prof.
Roberto Mastroianni ed io. Per l’imputato Berlusconi parlarono gli avvocati e
parlamentari di Forza Italia prof. Gaetano Pecorella e Nicolò Ghedini. Per il
Presidente del Consiglio intervenne l’allora vice Avvocato generale dello Stato
(ora Avvocato generale) Oscar Fiumara, mio collega di corso nella Facoltà
giuridica romana negli anni 1953-1957 ([23]).
La
Corte decise la questione nella camera di consiglio del 13 gennaio 2004 e il
Presidente fece diffondere lo stesso giorno un comunicato contenente il
dispositivo della sentenza ([24])
che pronunciava l’incostituzionalità dell’art. 1, comma 2, della legge n. 140
e, in via conseguenziale, l’incostituzionalità dei commi 1 e 3 dello stesso
articolo.
Il 20
gennaio 2004 veniva depositata in cancelleria la sent. n. 24, a
prima vista un po’ deludente, in conseguenza delle perplessità che traspaiono
dall’impianto argomentativo ([25]).
Ci si sarebbe infatti aspettati che la Corte, ricollegandosi a precedenti sue
decisioni - nelle quali aveva collocato il disposto dell’art. 3 Cost. tra i
principi supremi dell’ordinamento ([26])
(come tali immodificabili da parte dello stesso legislatore costituzionale) ([27])
-, affermasse, in maniera perentoria, che la sospensione prevista dall’art. 1,
comma 2, della legge n. 140, quand’anche fosse stata approvata con legge
costituzionale, sarebbe stata comunque annullata dalla Corte, appunto perché in
contrasto con un principio supremo.
Il
fatto è che la motivazione risente - come fu autorevolmente sottolineato -
della «particolare difficoltà del contesto politico-istituzionale, di tipo
intimidatorio del tutto peculiare» nel quale la Corte si venne a trovare al
momento della decisione ([28]),
ed è quindi assai probabile che il discutibile impianto argomentativo
costituisse il prezzo del più elevato consenso tra i giudici ([29]).
Resta
comunque agli atti (grazie a Dio!) l’annullamento «secco» della disposizione
impugnata - e questo era l’obiettivo davvero essenziale per cui in quel
giudizio la difesa della CIR si era battuta ([30])
-, con un dispositivo che ha pertanto un’indubbia eccedenza di valore «rispetto
agli stessi motivi sui quali si è retta la scelta della Corte» ([31]).
9.
Segue: b) la causa sul segreto di Stato sulla residenza estiva del Presidente
del Consiglio.
La
decisione che mi ha provocato, invece, una delle maggiori delusioni della mia
carriera professionale è senza dubbio l’ord. n. 404 del
2005, con la quale la Corte costituzionale dichiarò l’inammissibilità del
ricorso della Procura presso il Tribunale di Tempio Pausania, da me difesa,
contro l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri on. Silvio Berlusconi, il
quale aveva negato l’accesso alla sua residenza estiva in località Punta Lada
(Porto Rotondo) invocando a tal fine il segreto di Stato, ufficialmente per
preservare la conoscibilità dei luoghi, ma in effetti per impedire la
tempestiva contestazione di reati edilizi, paesaggistici ed ambientali ivi
posti in essere.
Le
vicende che indussero la Procura di Tempio Pausania a sollevare il conflitto di
attribuzione tra poteri sono bene evidenziate nella motivazione dell’ordinanza
di inammissibilità e soprattutto sono riportate, con completezza, in un’ottima
cronaca costituzionalistica dell’intera vicenda ([32]).
Per
quel che qui interessa, è sufficiente ricordare che su un quotidiano sardo del
5 maggio 2004 veniva pubblicato un servizio fotografico dal quale risultava che
all’interno dell’area di circa 50 ettari denominata «Villa La Certosa», di
proprietà della soc. Idra, con sede in Segrate, data in uso all’on. Silvio
Berlusconi, erano in corso lavori edilizi che avrebbero potuto configurare
reati in materia edilizia, ambientale e paesaggistica; che alla Procura di
Tempio Pausania, la quale intendeva verificare lo stato dei luoghi e la
sussistenza di eventuali reati, il difensore sia del rappresentante legale della
soc. Idra che dell’on. Berlusconi eccepì tanto l’immunità dalle perquisizioni
in quanto domicilio di un parlamentare, quanto la presenza di ragioni di
sicurezza imposte dal CESIS; che inoltre l’esecuzione dell’ispezione della
Procura venne ripetutamente procrastinata in attesa della produzione del più
volte invocato decreto di asserita apposizione del segreto di Stato.
Va
altresì ricordato che solo con nota del 2 ottobre del Ministero dell’Interno,
veniva finalmente trasmesso alla Procura il decreto del Ministro dell’Interno
appositivo del segreto di Stato, datato 6 maggio 2004 (e cioè il giorno
successivo alle notizie di stampa!) al fine di «preservare la conoscibilità dei
luoghi» ([33]).
Essendo tale Ministro palesemente incompetente quanto all’apposizione del
segreto di Stato, il Procuratore della Repubblica, nello spirito di una leale
collaborazione tra i poteri dello Stato, ne chiedeva il 3 novembre 2004 la
conferma al Presidente del Consiglio in tempi brevi, altrimenti avrebbe
senz’altro proceduto all’ispezione.
Con
nota del 23 dicembre 2004, il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del
Consiglio dei Ministri, dott. Gianni Letta, in nome e per conto del Presidente
del Consiglio (astenuto in considerazione di «delicati profili di
opportunità»!), confermava la «segretazione» delle residenze private, con le
relative pertinenze, dell’allora Presidente del Consiglio e, in particolare,
dell’area denominata «Villa La Certosa» «sede alternativa di massima sicurezza
per l’incolumità del Presidente del Consiglio, dei suoi familiari e dei suoi
collaboratori e per la continuità dell’azione di Governo».
La
preservazione della conoscibilità dei luoghi era, a ben vedere, del tutto
pretestuosa, dato che le immagini interne ed esterne della villa erano state
oggetto di noti servizi fotografici e la villa era notoriamente frequentata da
Capi di governo straniero, politici, cantanti, giornalisti ecc. Pertanto la
Procura di Tempio Pausania, con ricorso del 15 gennaio 2005, lamentava alla
Corte costituzionale di essere stata illegittimamente menomata nelle proprie
attribuzioni costituzionali (art. 112 Cost.) in quanto, da un lato, le
limitazioni legittimamente ammissibili, a tutela del segreto di Stato,
concernono solo la testimonianza e il sequestro (artt. 202 e 256 c.p.p.) e,
dall’altro, la legge n. 801 del 1977 consente l’apposizione del segreto di
Stato solo su «atti, documenti, notizie, attività ed ogni altra cosa» e non su
«luoghi» ([34]).
Il 10
maggio, e cioè pochi giorni prima della camera di consiglio del 25 maggio nella
quale la Corte (dopo alcuni rinvii) avrebbe finalmente dovuto decidere
dell’ammissibilità del ricorso, il Presidente del Consiglio, avvalendosi delle
«prerogative previste dal decreto del Ministro dell’interno del 6 maggio 2004»
(sic!), consentiva alla Procura di Tempio Pausania l’effettuazione
dell’ispezione, alla quale la Procura procedeva nei giorni 20 e 23 giugno 2005,
pur con esplicita salvezza di ogni diritto in relazione al ricorso pendente
dinanzi alla Corte costituzionale. Ciò nonostante, la Corte, affermando che il
compimento dell’ispezione aveva «rimosso l’ostacolo frapposto all’esercizio del
potere d’indagine spettante alla stessa autorità giudiziaria», riteneva venuta
meno la materia del contendere e dichiarava pertanto inammissibile il conflitto.
L’ord. n. 404 del
2005 si espone - e si è esposta - a severissime critiche ([35]).
In primo luogo, pur pendendo la fase dell’ammissibilità, la Corte ha dato modo
sia al Ministero dell’Interno che all’Avvocatura generale dello Stato di
interferire nel procedimento ([36]);
in secondo luogo, la Corte ha dichiarato la cessazione della materia del
contendere prima ancora che il contraddittorio si fosse instaurato; in terzo
luogo, la Corte ha ritenuto che il conflitto tra poteri fosse divenuto
«ipotetico» ancorché il Presidente del Consiglio non avesse affatto disposto la
revoca ex tunc del decreto impugnato;
in quarto luogo, la Corte ha ritenuto - disattendendo il leading case che identifica i requisiti necessari per la cessazione
della materia del contendere (sent. n. 150 del
1981, rel. Paladin) ([37])
- che l’atto o il comportamento menomativo delle altrui attribuzioni costituzionali
debba (storicamente) sussistere al momento del giudizio della Corte, perché il
ricorso possa dirsi attuale (con il che tutte le menomazioni uno actu finirebbero per esulare dai
giudizi su conflitto tra poteri!); infine, la Corte ha omesso di pronunciarsi
sulla spettanza, alla data del 6 maggio 2004, del potere in contestazione,
nonostante sia proprio il giudizio «sulla spettanza del potere» il contenuto
essenziale delle decisioni risolutive dei conflitti di attribuzione.
Anche
se irrilevanti ai fini di causa, vanno per completezza segnalati tre fatti che
si connettono alle vicende processuali fin qui descritte e che, per così dire,
ne completano il quadro. Con legge 15 dicembre 2004, n. 308, il Parlamento, per
la prima volta nel nostro ordinamento, prevedeva il condono anche per reati
ambientali «commessi mediante lavori compiuti su beni paesaggistici entro e non
oltre il 30 settembre 2004» (art. 1, comma 37). Il 27 gennaio 2005 il
rappresentante della soc. Idra presentava la domanda di accertamento di compatibilità
paesaggistica ai sensi del cit. art. 1, commi 36 e 37, della legge n. 308, ai
fini dell’ottenimento del condono. Infine, con sent. n. 183 del
2006 (red. Finocchiaro) la Corte costituzionale dichiarava l’infondatezza
della q.l.c. del cit. art. 1, sollevata con ricorso dalla Regione Toscana,
basandosi sul rilievo che la potestà punitiva penale (e quindi anche la
disciplina delle cause estintive del reato) rientra nella competenza
legislativa esclusiva dello Stato. La Corte riteneva assorbiti in questo
profilo anche i motivi d’incostituzionalità più direttamente lesivi
dell’autonomia legislativa regionale.
10.
Per una più completa indipendenza della Corte costituzionale: riflessioni
conclusive.
Gustavo
Zagrebelsky, nelle pagine conclusive del suo recente saggio "Principi e
voti", si pone le seguenti domande: «Possiamo essere sicuri che, in questi
cinquanta anni di attività, la Corte costituzionale del nostro Paese sia stata
all’altezza del suo compito, un compito di natura, prima che tecnico-giuridica,
storico-culturale? Ha essa dato un contributo alla formazione di una coscienza
costituzionale nazionale, alla formazione di un "partito della
Costituzione" al di là dei partiti ordinari, al quale ci si possa poter
rivolgere con sicurezza e fiducia nei momenti difficili? Quante sue pronunce,
quanti suoi concetti, quante sue massime, quante sue applicazioni della
Costituzione sono entrati a far parte del patrimonio spirituale vivente del
nostro Paese, sono entrati nella circolazione del flusso di energia vitale
della nostra Repubblica? Peccherò forse di pessimismo, ma temo non molti.
Eppure, non è proprio questo il metro su cui si dovrebbe misurare, in ultima e
più profonda istanza, la vitalità della Costituzione e l’efficacia della sua
garanzia da parte di coloro che l’hanno avuta in consegna, come loro compito
specifico e precipuo?» ([38]).
Ho già
avuto modo di esprimere il mio dissenso dalla pessimistica conclusione
dell’amico e collega, e l’ho fatto motivatamente, elencando, a solo titolo di
esempio, una quarantina di decisioni della Corte che, insieme a moltissime
altre (centinaia), hanno praticamente guidato il cambiamento del nostro
ordinamento adeguandolo ai principi e alle regole della nostra Costituzione ([39]).
Ci
sono però dei settori (o meglio, degli aspetti) della giurisprudenza
costituzionale che lasciano perplessi, e sui quali non si può non convenire con
Zagrebelsky. E sono appunto quelli - per così dire trasversali alle c.d. materie
formalisticamente intese - nei quali la Corte viene a scontrarsi con gli
esistenti assetti di potere.
Sia
chiaro: non alludo alla sensibilità che tutte le Corti costituzionali e tutte
le Corti supreme manifestano sempre, sia pure implicitamente, per le
conseguenze «politiche» (ordinamentali o istituzionali) delle proprie decisioni
([40])
- per cui si potrebbe dire (rischiando di apparire impertinenti!) che gli
organi giudiziari di vertice sono sempre alquanto «strabici»: un occhio alla
Costituzione e l’altro alla politica (in senso alto, però).
Alludo
piuttosto a quelle decisioni (come le ricordate sentenze nn. 420 del 1994,
466 del 2002
e l’ord. n. 404
del 2005) che non hanno avuto la forza di incidere su situazioni di vero e
proprio privilegio: situazioni come tali già rifiutate sin dall’art. 1 della Déclaration del 1789 e, quindi, in
palmare contrasto con gli stessi diritti (prettamente liberali) della c.d.
prima generazione.
Mi si
obietterà che la cit. sent. n. 24 del
2004, relativa all’art. 1 della legge n. 140 del 2003, costituisce
l’esempio del contrario. E l’obiezione è certamente calzante, se ci limitiamo a
leggerne il dispositivo; ma non lo è, come ho già avuto modo di dire, se
guardiamo alla motivazione alquanto perplessa.
Quale
allora il rimedio per rafforzare l’indipendenza della Corte? Sembrerà
paradossale, ma a mio parere esso starebbe, innanzi tutto, nella riduzione, da
quindici a nove, del numero dei giudici costituzionali, così come da quindici a
nove è stato da tempo modificato il numero dei componenti delle Sezioni unite
della Corte di cassazione. Quindi solo nove giudici costituzionali (tre eletti
dalle Camere, tre di nomina presidenziale e tre eletti dalle supreme
legislature) come i giudici della Corte suprema statunitense, il cui Chief Justice Hughes si ribellò contro
l’aumento minacciato dal Presidente Roosevelt nel 1937 (il c.d. Court-Packing Plan), sottolineando che
nove giudici erano più che sufficienti per una Corte di giustizia mentre
quindici sarebbero stati davvero troppi ([41]1).
E sono troppi anche perché ritengo che un numero così alto di giudici ne
trasformi inevitabilmente alcuni in frontbenchers
e altri in backbenchers, non sempre
attenti, quest’ultimi, ai delicati profili di talune questioni. Beninteso, una
siffatta riduzione del numero andrebbe compensata prevedendo la possibilità per
il Presidente, eventualmente coadiuvato da un ristretto numero di giudici, di
effettuare una scrematura delle questioni manifestamente inammissibili o
infondate.
Sono
certo, però, che un suggerimento del genere non sarà mai accolto, e ciò per la
semplice ragione che le forze politiche hanno un interesse contrario a
restringere i propri spazi di influenza.
Altri
possibili rimedi di carattere tecnico - tutti, al contrario del precedente,
nella diretta disponibilità operativa della Corte - sono, in primo luogo,
l’auspicabile abrogazione, da parte della stessa Corte, dell’art. 16 delle Norme
integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale relativo
all’astensione e alla ricusazione dei giudici (v. supra il n. 3) ([42])
e, in secondo luogo, l’altrettanto auspicabile rigore col quale la Corte
dovrebbe esercitare la verifica dei poteri dei giudici eletti o nominati. Depone
infatti assai male per l’indipendenza (e comunque per l’immagine) della Corte
che i partiti possano impunemente far eleggere dalle Camere alla suprema
magistratura costituzionale magistrati, avvocati o professori i cui requisiti ex art. 135, comma 2, Cost. non siano
indiscutibili.
L’ultimo
suggerimento sta nell’introduzione, tuttora controversa ([43]),
del «voto separato» (dissenting o concurring) nelle decisioni della Corte
costituzionale. Tale introduzione - che a mio avviso potrebbe avvenire anche in
via di prassi (oltre tutto non essendovi né una sede dove contestarla né alcuno
legittimato a farlo) - avrebbe un duplice merito: in primo luogo, quello di
evitare quelle motivazioni che, avendo, per così dire, più «anime» in contrasto
tra loro, peccano quanto meno nella linearità della ratio decidendi ([44])
e finiscono conseguentemente per contraddire proprio quel valore che il voto
segreto vorrebbe garantire: la «monolitica solidarietà» del collegio giudicante
([45])
(o, il che è lo stesso, «l’unitarietà della voce della Corte») ([46]);
in secondo luogo, quello di responsabilizzare i singoli giudici costituzionali
allo scopo di poter dimostrare erga omnes
la loro indipendenza di giudizio ([47]),
con conseguente garanzia per l’effettiva indipendenza della Corte.
E’ bensì
vero che il «dissenso dichiarato» potrebbe diventare uno strumento intenzionale
di indebolimento della decisione della maggioranza ([48]).
Ma il punto non è questo. Il punto è un altro e sta nella «qualità» degli
argomenti addotti dal dissenziente. Se gli argomenti sono deboli o
aprioristicamente partigiani, essi infatti squalificano il dissenter e non la Corte. Se invece gli argomenti su cui il
dissenso si basa sono fondati (o sono comunque più convincenti di quelli della
maggioranza), ben venga allora il dissenso, perché la sua funzione sta proprio
nel porre le premesse per un futuro overruling.
Ma, a ben vedere, le argomentazioni del dissenziente sono utili anche e
soprattutto se serie e ben motivate. In tale ipotesi, esse avranno infatti il
merito - a tutto vantaggio della linearità e della stringatezza della decisione
- di stimolare l’estensore ad eliminare dalla motivazione quei passaggi che
potrebbe esporre la decisione a critiche ([49]).
(16
aprile 2007)
([2]) Sull'evoluzione della giurisprudenza della Corte costituzionale e dei giudici comuni in materia radiotelevisiva dal 1960 al 2005, considerata nel contesto politico, v. A. Pace e M. Manetti, Art. 21. La libertà di manifestazione del proprio pensiero, in Gius. Branca e A. Pizzorusso (a cura di), Commentario della Costituzione, Bologna - Roma, Zanichelli - Foro it., 2006, pp. 575 ss.
([4])
Per una critica alla tesi secondo la quale la retroattività delle sentenze
d'accoglimento della Corte costituzionale (art. 136, comma 1, Cost.)
costituirebbe la conseguenza di una scelta del legislatore ordinario (art. 30
della legge n. 87 del 1953) e non l'effetto congiunto dell'incidentalità del
giudizio (art. 1 della legge cost. n. 1 del 1948) e dell'operatività dell'art.
24, commi 1 e 2, Cost., mi si consenta di rinviare al mio Effetti temporali delle decisioni di accoglimento e tutela
costituzionale del diritto di agire nei rapporti pendenti, in Aa.Vv., Effetti temporali delle sentenze della Corte
costituzionale anche con riferimento alle esperienze straniere, Atti del
seminario tenuto a Roma, Palazzo della Consulta, il 23 e 24 novembre 1988,
Milano, Giuffrè, pp. 54 ss.
In
questa linea di pensiero, dice assai bene M. Cartabia, Nuovi sviluppi nelle «competenze comunitarie» della Corte
costituzionale, in Giur. cost.,
1989, parte I, p. 1021, quando rileva che «... ogni situazione in cui sia
esercitabile il diritto alla tutela giudiziaria richiede non solo che sia
accordato il diritto di prospettare la questione di legittimità
(costituzionale) delle norme, ma anche che essa sia definita sulla base di
norme non invalide».
([5])
R. Bin, L'applicazione diretta della
Costituzione, le sentenze interpretative, l'interpretazione conforme a
Costituzione della legge, relazione al Convegno dell'AIC su La circolazione dei modelli e delle tecniche
del giudizio di costituzionalità in Europa, Roma 27 e 28 ottobre 2006, in
www.associazionedeicostituzionalisti.it
([6])
Le valutazioni politiche della Corte costituzionale sottese a tali decisioni si
fondavano su esigenze di bilancio posto che esse riguardavano le nomine, i
trasferimenti e i conferimenti di funzioni del personale della giustizia
militare; il trattamento pensionistico dei magistrati e degli avvocati dello
Stato; la pubblicità delle udienze per i procedimenti davanti alle Commissioni
tributarie. Si può quindi dire che esse, per quanto criticabili in quanto prive
di efficacia ex tunc quanto meno nel
giudizio a quo, si fondavano pur tuttavia su esigenze di funzionalità
(«ordinamentali») del sistema. Ben diverse, quindi, erano le valutazioni
politiche (né ordinamentali né istituzionali) sottese alle due decisioni di cui
si parla nel testo.
([7]) Il ricorso della Corte dei conti è
pubblicato in Giur. cost., 1989,
parte II, 943 ss.; le memorie delle parti sono invece pubblicate ivi 1989, parte I, p. 1842 ss
([8]) V. ad es. la sent. n. 143 del
1968, in Giur. cost. 1968, pp.
2363 ss., spec. p. 2366
([9]) Il
ricorso della Corte dei conti e le successive memorie delle parti sono
pubblicati in Giur. cost., 1993, pp. 3845 ss
([10]) Il ricorso della Regione Puglia può essere
letto in calce alla sent. n. 127 del
1995, in Giur. cost. 1995, 1009
ss
([14]) ...
che è quella, per intendersi, con la quale «annunciò» l'incostituzionalità dei
c.d. decreti Berlusconi, ma non la «dichiarò». In questa causa io difendevo la
Rai con il prof. Paolo Barile e l'avv. Attilio Zoccali. Per una collocazione
storica della decisione e per qualche ulteriore indicazione sul punto, mi
permetto di rinviare a quanto da me scritto in A. Pace e M. Manetti, Art. 21, cit., pp. 593 ss.
([15]) Così P.A. Capotosti, Tanto tuonò..., ma non piovve, in Giur. cost., 1990, p. 2622, in nota all'ordinanza citata nel
testo.
([16]) ...
perché l'eventuale decisione (di accoglimento) di essa operò, in molteplici
interviste dell'allora Presidente della Corte costituzionale Francesco Saja,
come una spada di Damocle sul legislatore per indurlo ad approvare la legge di
riforma del sistema radiotelevisivo entro l'estate del 1990. Il che appunto
avvenne con la legge 6 agosto 1990, n. 223, parimenti deludente sotto il
profilo del pluralismo televisivo a livello nazionale. In tale causa io
difendevo l'ANTI. La causa fu discussa dinanzi alla Corte il 30 gennaio 1990;
relatore fu il compianto giudice Ugo Spagnoli che aveva già redatto la
motivazione della sent.
n. 826 del 1988 cit. nella nota precedente. Per una contestualizzazione
anche di questa vicenda v. ancora A. Pace e M. Manetti, Art. 21, cit., pp. 595 s.
([17]) Riporto, a futura memoria, il testo
dell'art. 1 della legge n. 140: «Non possono essere sottoposti a processo
penale, per qualsiasi reato anche riguardante fatti antecedenti l'assunzione
della carica o della funzione, fino alla cessazione delle medesime: il
Presidente della Repubblica, salvo quanto previsto dall'art. 90 della
Costituzione, il Presidente del Senato della Repubblica, il Presidente della
Camera dei deputati, il Presidente del Consiglio dei ministri, salvo quanto
previsto dall'art. 96 della Costituzione, il Presidente della Corte
costituzionale. // Dalla data di entrata in vigore della presente legge sono
sospesi, nei confronti dei soggetti di cui al comma 1 e salvo quanto previsto
dagli articoli 90 e 96 della Costituzione, i processi penali in ogni fase,
stato o grado, per qualsiasi reato anche riguardante fatti antecedenti
l'assunzione della carica o della funzione, fino alla cessazione delle
medesime. // Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti si applicano le disposizioni
dell'art. 159 del codice penale»
([18]) Per critiche a tale disposizione, prima
ancora del giudizio davanti alla Corte costituzionale, v. in ordine cronologico
L. Carlassare, Responsabilità giuridica e
funzioni politico-costituzionali: considerazioni introduttive, in Aa.Vv., Diritti e responsabilità dei soggetti
investiti di potere, a cura di L. Carlassare, Atti del Convegno di Padova
del 4 aprile 2003, Padova, Cedam, 2003, p. 39; A. Pace, Conclusioni, ivi, p. 187 ss.; A. Pugiotto, «Lodo Maccanico», una legge a rischio d'incostituzionalità, ivi, p.
195 ss.; S. Stammati, Le immunità
costituzionali: problemi attuali e tendenze di riforma, relazione
introduttiva al Seminario su «I diritti
fondamentali e le Corti in Europa» tenuto il 6 giugno 2003 presso la LUISS,
nell'ambito dell'Osservatorio Costituzionale curato dal compianto collega e
amico S.P. Panunzio (http://www.luiss.it/semcost/dirittifondamentali/newsletter.html);
A. Pace, Immunità politiche e principi
costituzionali, in Aa.Vv., Lo stato
della Costituzione italiana e l'avvio della Costituzione europea, Atti del
Convegno del 14 e 15 luglio 2003, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 2003,
p. 108 ss., nonché in Diritto pubblico, 2003, pp. 393 ss.; G. Azzariti e R.
Romboli, Sospensione dei processi per le
alte cariche dello Stato e immunità per i parlamentari. Profili di
costituzionalità, in Riv. dir. cost.,
2003, p. 247 ss
([19]) Così, ante
litteram, C. Esposito, Eguaglianza e
giustizia nell'art. 3 della Costituzione, in Id., La Costituzione italiana. Saggi, Padova, Cedam, 1954, p. 31. Questo
importante passo del saggio di Esposito è stato ricordato, per primo, nel 2003,
da F. Sorrentino, Brevi riflessioni su
sovranità popolare e pubblica amministrazione, in Aa.Vv., La sovranità popolare nel pensiero di
Esposito, Crisafulli, Paladin, a cura di L. Carlassare, Atti del Convegno
di Padova del 19-21 giugno 2003, Padova, Cedam, 2003, p. 221, e poi da me in Immunità politiche e principi costituzionali,
locc. citt., rispettivamente pp. 108 s. e pp. 394 s. Giustamente, in questa
luce, è stato sottolineato che la carica pubblica, nella specie, costituiva
soltanto «il pretesto per assicurare il privilegio». Così G. Giostra, Il "lodo Berlusconi" alla prova
dei giudici, in Questione giustizia,
n. 4, 2003, p. 827
([20]) Mi permetto di rinviare ad A. Pace, La legge n. 140/2003 e i principi
costituzionali violati, in Studi in
onore di Gianni Ferrara, vol. III, Torino, Giappichelli, 2005, pp. 35 ss
([21]) Il che contrasta frontalmente con quanto
riferito da B. Vespa, Storia d'Italia da
Mussolini a Berlusconi, Roma-Milano, Rai-Mondadori, 2004, pp. 510 s.
([22]) Si badi bene: la legge n. 140 era stata
promulgata il 20 giugno e prevedeva, all'art. 9, l'entrata in vigore il giorno
successivo alla pubblicazione sulla G.U.,
avvenuta il 21 giugno, e ciò al fine specifico di «bloccare» la celebrazione
del processo di Milano a carico dell'on. Berlusconi
([23]) Fiumara ed io avevamo già discusso
insieme, esattamente due mesi prima, un altro importante giudizio per conflitto
di attribuzioni tra poteri che aveva visto il ricorrente CSM, difeso da me,
contrapporsi al Ministro pro tempore della Giustizia, on. Castelli, che si
opponeva pervicacemente alla nomina del Presidente del Tribunale di Bergamo
nella persona di un valente magistrato, il dott. Adriano Galizzi (sent. n. 380 del
2003, di accoglimento). Faceva parte del collegio decidente, in entrambi i
giudizi, un altro ex collega di corso: il giudice costituzionale Alfio
Finocchiaro, già autorevole presidente di sezione della Corte di cassazione.
Di lì
a poco il Presidente della Repubblica avrebbe nominato giudice costituzionale
la prof. Maria Rita Saulle, anch'ella mia collega di corso, così come miei
colleghi furono allora il prof. Lucio Valerio Moscarini e il prof. Franco
Gaetano Scoca, per citare solo quelli con i quali ho avuto modo di discutere
dinanzi alla Corte costituzionale.
([24]) Non è frequente, ma nemmeno rarissimo, che
la Corte diffonda la notizia dell'esito del giudizio prima del deposito in
cancelleria della sentenza. Si fa luogo a questa pubblicità parziale e
anticipata in caso di giudizi che rivestono grande importanza politica, il che
serve ad impedire interventi, da parte... degli dei dell'Olimpo, quando la
decisione è già stata raggiunta in camera di consiglio.
[25] Così S. Stammati, Una decisione condivisibile messa in forse
da un impianto argomentativo perplesso e non persuasivo, in Giur. cost. 2005, pp. 398 ss.; A.
Pugiotto, Sull'immunità delle "alte
cariche", una sentenza di "mezzi silenzi". Dichiarate
"assorbite" proprio le questioni più rilevanti, in D&G, n. 5, 2004, pp. 10 ss
([26])
V. le sentenze nn.
16 e 18 del
1982, 1146
del 1988, 388
del 1991, 62
del 1992 e 15
del 1996.
([27])
V. La notissima sent.
n. 1146 del 1988.
([28]) L. Elia, La
Corte ha fatto vincere la Costituzione, in Giur. cost., 2004, p. 394; nello stesso senso G. Giostra, Sospensione del processo a tutela della
carica costituzionale? Strumento costituzionalmente e tecnicamente improprio,
in D&G, n. 5, 2004, 26.
([30])
V. il mio articolo Confermata la
superiorità della Carta, apparso su Il
Messaggero del 14 gennaio 2004, p. 2, nell'immediatezza della diffusione
del comunicato della Corte costituzionale
([31])
L. Elia, La Corte ha fatto vincere la
Costituzione, cit., p. 394. In questo senso v. anche A. Pace, La legge n. 140/2003 e i principi costituzionali
violati, cit., p. 33.
([32]) V. A. Masaracchia, Lo strano caso del segreto di Stato sulla villa «La Certosa», in Giur. cost. 2005, pp. 4067 ss.
([33]) Merita incidentalmente di essere ricordato
che il contenuto del decreto del Ministro dell'Interno del 6 maggio 2004,
appositivo del segreto di Stato, veniva, a sua volta, classificato «segreto»
nella lettera del 2 ottobre 2004, con la quale il Ministro
dell'Interno-Gabinetto del Ministro-Segreteria speciale, lo trasmetteva alla
Procura di Tempio Pausania.
([34])
Il ricorso e le successive tre memorie prodotte dalla Procura di Tempio
Pausania sono riportate in Giur. cost.,
2005, pp. 3962 ss.
([35])
V. le osservazioni, tutte fortemente critiche, di L. Elia, Villa «La Certosa»:
una inammissibilità che non convince, di R. Chieppa, Una discutibile cessazione
della materia del contendere su apposizione di segreto di Stato, di F.
Sorrentino, Inammissibilità del conflitto per cessazione della materia del
contendere?, e di P. Pisa, Segreto di Stato: un caso anomalo, in Giur. cost.,
2005, pp. 3983 ss.
([36])
Ciò risulta, per quanto riguarda il Ministero, dalla I e dalla II memoria della
Procura, in Giur. cost., 2005, pp. 3974 ss., e per quanto riguarda l'Avvocatura
generale dello Stato, dalla stessa motivazione dell'ord. n. 404.
([37]) Nella citata sent. n. 150 del
1981 (rel. Paladin) - più volte richiamata nella successiva giurisprudenza -
la Corte aveva chiaramente impostato il problema della perpetuatio iurisdictionis, in un'ipotesi ben più controvertibile
del caso concluso prematuramente con l'ord. n. 404.
Sottolineò allora la Corte di aver già in precedenza chiarito che la pronuncia
di cessazione della materia del contendere s'impone solo «quando l'atto
denunciato risulti annullato ex tunc,
facendo implicitamente venir meno le affermazioni di competenza che avessero dato
luogo al conflitto e privando in tal modo il ricorrente dell'originario
interesse ad ottenere una decisione sull'appartenenza del potere contestato».
E, nel respingere il ricorso del Pretore di Genova, così la Corte concludeva la
sua argomentazione: «Ne segue che il Pretore non ha annullato ex tunc l'ordinanza del 25 febbraio
1977, la quale ha pur sempre prodotto una serie di effetti quanto meno
nell'ambito della competenza territoriale di quel giudice. E non vi è stato
nemmeno un riconoscimento - sia pure implicito - che l'attribuzione contestata
spettasse al potere esecutivo o non potesse comunque venire esercitata dal
Pretore (...). Malgrado la sorte dell'atto impugnato, residua perciò
l'interesse del ricorrente ad ottenere quella decisione sulla spettanza delle
attribuzioni in contestazione, che rappresenta - specialmente nei conflitti tra
i poteri dello Stato - l'oggetto principale del giudizio di questa Corte, in
base all'art. 38 della l. n. 87 del 1953».
([38])
G. Zagrebelsky, Principi e voti. La Corte
costituzionale e la politica, Torino, Einaudi, 2006, 130 s.
([39])
A. Pace, L'ultimo monito di Carlo
Esposito e le «lezioni» della Corte costituzionale, in Aa.Vv., Corte costituzionale e processo costituzionale nell'esperienza
della rivista «Giurisprudenza costituzionale» per il cinquantesimo anniversario,
Milano, Giuffrè, 2006, pp. 711.
([40])
V. già, in questo senso, il mio Corte
costituzionale e «altri» giudici tra «garantismo» e «sensibilità» politica, in
Scritti in onore di Vezio Crisafulli,
Padova, Cedam, 1985, pp. 593 ss
([41])
Le parole del Chief Justice Hughes sono riportate da W.H. Rehnquist, The Supreme Court, New York, Knopf,
2001, p. 128: «Un aumento del numero dei giudici della Corte suprema, a parte
ogni questione di principio su cui non voglio discutere, non aumenterebbe
l'efficienza della Corte (...). Ci sarebbero più giudici da ascoltare, più
giudici con i quali conferire e discutere, più giudici da convincere e con i
quali decidere. Si è ritenuto che l'attuale numero dei giudici sia ampio
abbastanza perché la Corte possa affrontare prontamente, adeguatamente e
sufficientemente il lavoro che essa è chiamata a svolgere...»..
Auspica
la riduzione del numero dei giudici costituzionali anche G. Zagrebelsky, Principi e voti, cit., p. 69.
([42])
V. le attente considerazioni sul punto di A. Pertici, Astensione e ricusazione dei giudici costituzionali:ragioni e limiti
della loro esclusione ed ipotesi di una loro introduzione, in Giur. cost., 2004, pp. 3105 ss.
([43])
Cfr. gli interventi, in vario senso, riportati in Aa.Vv., L'opinione dissenziente, a cura di A. Anzon, Atti del seminario
svoltosi a Roma, Palazzo della Consulta, il 5 e il 6 novembre 1993, Milano,
Giuffrè, 1995. In particolare, v. A. Anzon, Per
l'introduzione dell'opinione dissenziente dei giudici costituzionali, ivi,
pp. 430 ss., spec. 435 e 437.
([44])
Nella mia esperienza di avvocato mi è raramente capitato di leggere una
sentenza di accoglimento della Corte costituzionale con tanti obiter dicta di segno opposto, come la sent. n. 326 del
1998 (red. Onida), sulla quale v. criticamente F. Modugno, La posizione dei consorzi di bonifica
nell'ordinamento vigente. (Un commento critico alla sent. n. 326 del 1998 della
Corte costituzionale), in Giur. it.,
1998, I, 2241 ss. e S. Bartole, E'
possibile superare le ambiguità apparentemente presenti nella posizione della
Corte costituzionale in materia di consorzi di bonifica?, in Giur. cost., 1998, p. 2390. Con la
conseguenza, derivante appunto dalla perplessità della motivazione della
decisione della Corte (con la quale era stata pressocché interamente annullata
una legge della Regione Marche che trasferiva alle Province le funzioni dei
consorzi di bonifica), che il Consiglio di Stato, giudicando su un'ipotesi
applicativa dei principi contenuti nella sent. n. 326 del
1998 della Corte, fece suoi gli ambigui obiter
dicta e non l'effettiva ratio
decidendi della pronuncia. V. sul punto Cons. Stato, sez. VI, 25 luglio
2003, n. 4286, in Foro amm. CDS,
2003, p. 2316 (solo massima).
([45])
Così il noto giudice federale e autorevole giurista Learned Hand, The Bill of Rights, Cambridge, Mass.,
Harvard Univ. Press, 1958, p. 72, citato criticamente, con buoni argomenti, da
A. Scalia, Remarks on Dissenting Opinion,
in Aa.Vv., L'opinione dissenziente,
cit., p. 413.
([47])
G. Zagrebelsky, Principi e voti, p. 92,
rileva giustamente, alla luce della sua esperienza, che «(q)uando tra i giudici
si constatano irrigidimenti, costituzionalmente immotivati o artificiosamente
argomentati, è facile pensare che ciò dipenda da fedeltà improprie.
L'arrampicarsi sugli specchi in camera di consiglio è sempre un brutto segno
così come lo è, al contrario, il rinunciare a motivare la propria posizione,
per esprimere solo un voto bruto, come per stendere un velo sulle vere ragioni
che spingono ad agire». Ciò nonostante, Zagrebelsky (op. cit., pp. 70 s.), si esprime, sia pure problematicamente,
contro l'introduzione del voto separato. Il che lascia perplessi.