Pasquale Costanzo
La nascita della Repubblica e i
valori costituzionali
(discorso celebrativo del 6O° anniversario del referendum istituzionale del
2 giugno 1946, Imperia 1° giugno 2006)
Oggi la
stragrande maggioranza degli Stati, non solo nell’orbita occidentale, sono
delle Repubbliche.
Ma occorre
dire che, se si eccettua
2. Anzi, il primo turbolento tentativo di erigerne una,
ossia la repubblica francese, durata dal 1792 al 1799, contribuì ad aggravare
questa difficoltà d’importazione.
La prima repubblica
francese, che sembrava esser nata sulla ghigliottina insanguinata dalla testa
di Luigi XVI, produsse a lungo nelle fantasie di molti, eccitate dalla
propaganda clerico-reazionaria, l’idea terrificante che una repubblica si
portasse appresso il dominio del caos, che fosse l’insicurezza elevata a
sistema.
Di vero c’era
naturalmente solo il fatto che una repubblica avrebbe abbattuto, come già
successo durante
3. Del resto, questo senso di disagio, se non di panico, al
solo sentir parlare di repubblica si rintraccia ancora in certe esclamazioni
popolari, almeno quelle di qualche tempo fa, anch’esse andate perdute,
cancellate dalla massificazione televisiva.
I nostri
vecchi, di fronte ad una situazione caotica dove ognuno voleva dire la sua,
dicevano: “Siamo in una Repubblica!: In altri termini, non essendo una
“monarchia”, non poteva che essere un’“anarchia”!
I modi di
dire sono molto istruttivi sulla mentalità popolare nel nostro Risorgimento
circa le vicende della politica.
Chi non
conosce infatti l’altra esclamazione: “E’ un quarantotto!, volendosi così
alludere ai moti rivoluzionari del 1848, che fecero tremare nuovamente i troni
europei. Anche in questo caso, l’indottrinamento, da un lato, e l’incultura,
dall’altro, hanno prodotto il trasferimento di senso: “Il quarantotto è un
grande sconquasso, qualcosa di brutto da evitare”.
4. Eppure per chi già allora ebbe modo di capire e per
tutti noi che abbiamo la fortuna, ma anche la terribile responsabilità, di
essere posteri rispetto a quegli avvenimenti, non v’è più dubbio che l’ideale
repubblicano costituisca non solo una formula di organizzazione politica, ma un
programma rigoroso di convivenza sociale.
Nei suoi
propugnatori, rilevava infatti l’idea centrale di fratellanza, quel “fondersi
insieme”, messi in musica nell’inno del mazziniano Mameli, e che, secondo Mazzini,
solo “l’istituzione repubblicana” avrebbe potuto perseguire e garantire”.
5. Come sappiamo, benché il Risorgimento abbia condotto
all’edificazione e all’indipendenza dello Stato nazionale, questa “fratellanza”
e questa “fusione” non sono avvenute nella misura desiderabile.
La storia ci
insegna, senza tema di smentite, che la borghesia liberale, che pure tanti
meriti aveva avuto nel passaggio dal regime assoluto a quello statutario, sì è
trovata ad un certo momento in rotta di collisione con le masse popolari, che
reclamavano di contare e non soltanto di produrre e di fare la guerra.
Infine, la
tragedia della dittatura con l’indottrinamento totalitario, il tribunale
speciale, le leggi razziali e la guerra di conquista.
Nel giro di
pochi mesi, Mussolini ha dichiarato la guerra a mezzo mondo: alla Francia
(ormai ampiamente sconfitta dai Tedeschi), alla Gran Bretagna, all’Unione
Sovietica, agli Stati Uniti, all’Australia, al Sud Africa e via dicendo.
Da tragedia a
tragedia fino alla spaccatura del Paese:
6. Come è stato detto, però, tra il 1943 e il 1947,
l’Italia vive un vero e proprio momento mazziniano:
una guerra di
popolo non solo per la liberazione, ma anche per l’unità d’Italia in cui i
volontari furono molto più numerosi che nel Risorgimento;
poi un
referendum popolare a suffragio universale, dove per la prima volta votano
anche le donne, segnando così una svolta culturale e civile per il Paese, che
sceglie
7. Certo, se queste sono le radici ideali della
Repubblica, ossia il recupero dell’unità, della libertà e dell’eguaglianza, non
meno significativi furono i particolari svolgimenti politici istituzionali che
condussero a quel risultato.
8. Il punto di avvio può essere considerata la confluenza
di azionisti, comunisti, democratico-cristiani, socialisti e liberali nel
Comitato di liberazione nazionale, che assicurò una guida tendenzialmente
unitaria alla resistenza armata contro i tedeschi ed i fascisti della
Repubblica sociale italiana e ne inserì gli sviluppi nel tratto finale della
campagna d’Italia e della seconda guerra mondiale.
Tuttavia, nel
Comitato di liberazione nazionale sedevano sì forze politiche antifasciste, ma
non tutte precisamente antimonarchiche.
Ricordiamo
che lo stato monarchico era sopravvissuto al Sud dopo l’armistizio dell’8
settembre 1943.
Fu questa la
ragione per cui la pregiudiziale antimonarchica fondata sulla denuncia della
collusione della Corona con il fascismo venne congelata con il famoso Patto di
Salerno.
Vittorio
Emanuele III si fece da parte, però senza abdicare, onde tenere fermo il quadro
istituzionale sul quale, con il d.l.lgt. n. 151 del 1944, si convenne di far decidere
un’apposita assemblea costituente che sarebbe stata convocata alla fine della
guerra.
Di qui la
peculiare luogotenza, perché non assomigliava a nessuna delle luogotenenze
tipiche della monarchia, affidata a Umberto per tutta la fase che avrebbe
dovuto portare al referendum
istituzionale.
Con il d.lgs.
lgt.n. 98 del 1946, si decise poi di scindere le due grandi questioni:
l’elaborazione della nuova costituzione restava affidata alla futura assemblea
costituente, ma la scelta tra Monarchia e Repubblica veniva demandata alla
diretta volontà popolare.
Questo spiega
perché il 2 giugno si votò due volte: una per decidere tra Monarchia e
Repubblica, l’altra per eleggere i deputati della costituente, ai quali la
prima scelta si sarebbe imposta già bell’e confezionata.
9. Certo le ragioni di quest’ultimo mutamento di rotta
potrebbero anche essere ricercate nella volontà di compensare con l’influenza
dell’opinione moderata prevalente nella capitale e al Sud, la mobilitazione di
sinistra particolarmente viva nel resto del paese
Operazione
replicata, su un altro piano, dal colpo di mano di Vittorio Emanuele III, che,
in violazione del patto di Salerno, abdicò agli inizi di maggio
Ma l’inequivoco
responso delle urne dimostrò l’inutilità della manovra del ricorso al voto
popolare, dando anzi a questo, in una sorta di eterogenesi dei fini, la
solennità e la forza di un primo atto costituente del popolo sovrano.
10. Il 12 maggio 1948, Luigi Einaudi, appena dopo il suo
giuramento come primo effettivo presidente della Repubblica, dopo aver lodato
la figura di Enrico De Nicola, appena cessato dalla carica di Capo provvisorio
dello Stato, pronunciò, tra le altre, le seguenti parole.
“Chi gli succede (il riferimento era
evidentemente a se stesso) ha usato, innanzi al 2 giugno 1946, ripetutamente
del suo diritto di manifestare una opinione, radicata nella tradizione e nei
sentimenti suoi paesani, sulla scelta del regime migliore da dare all’Italia (era
trasparente, anche qu, l’allusione alla fede monarchica di Einaudi); ma, come
aveva promesso a sé stesso ed ai suoi elettori, ha dato poi al nuovo regime
repubblicano voluto dal popolo qualcosa di più di una mera adesione. Il
trapasso avvenuto il 2 giugno dall’una all’altra forma istituzionale dello
Stato fu non solo meraviglioso per la maniera legale, pacifica del suo
avveramento, ma anche perché fornì al mondo la prova che il nostro Paese era
oramai maturo per la democrazia; che se è qualcosa, è discussione, è lotta,
anche viva, anche tenace fra opinioni diverse ed opposte; ed è, alla fine,
vittoria di una opinione, chiaritasi dominante, sulle altre”.
D’altro
canto, l’elezione di Einaudi stava a dimostrare nei fatti stessi la credibilità
assoluta dell’acquisita fedeltà repubblicana dell’uomo, al quale in quella
stessa occasione era stata significativamente contrapposta la figura di
Vittorio Emanuele Orlando, che, pur avendo anch’egli dalla sua un passato di
fervente monarchico, aveva ricoperto per primo la carica di presidente
dell’Assemblea costituente, eletta lo stesso giorno della vittoria della
Repubblica sulla Monarchia.
In realtà, le
vicende personali di tutti questi “padri costituenti”, ma anche quella dello
stesso Enrico De Nicola, stavano a testimoniare del possesso della prima delle
virtù repubblicane, ossia della capacità di considerare lo Stato non come la
preda di un potere dispotico, ma come una res
publica, ossia, secondo la famosa definizione data da Cicerone nel Somnium Scipionis, una res totius populi : una cosa di tutti,
quindi di nessuno in particolare.
12. E’ vero: la storia insegna come ogni volta che qualcuno
abbia accampato diritti personali sullo Stato, ci si sia trovati fuori dall’autentico
paradigma repubblicano.
Di qui ancora
il principio che nessuna carica possa essere reclamata in una repubblica in
base ad un titolo privato.
E ancora: che
la volontà dello Stato si forma nella Repubblica per il semplice prevalere
numerico di voti, tutti di egual peso e valore, che i dissenzienti sono tenuti
a riconoscere come la legittima fonte dei pubblici poteri.
In questa
prospettiva, lo stesso ex re Umberto II seppe, a mio avviso, dare prova a suo
modo di virtù repubblicana allorché, sollecitato, di fronte alle contestazioni
sul conteggio dei suffragi del 2 giugno, ad assumere l’iniziativa di una
ribellione che poteva forse partire dal Sud, accettò invece il responso delle
urne, scegliendo la via dell’esilio ed evitando così di creare tensioni e
fratture nel Paese!
13. La repubblica, dunque, proprio per sua natura,
rifugge da qualsiasi potere che si ponga in termini di assolutezza.
Persino una
maggioranza legittima che cessi di considerare lo Stato una “res publica” per
farne oggetto di una gestione completamente partigiana del potere si porrebbe
in rotta di collisione con la nozione di repubblica.
In questo
senso, può ben comprendersi come lo spirito repubblicano possa albergare anche
nel governo di pochi o di uno solo, e che dunque si sia potuto parlare, con
apparente paradosso nel corso della storia, di Repubbliche oligarchiche (qui il
pensiero corre a Venezia) e persino di monarchie permeate di spirito repubblicano
quando il sovrano abbia dimostrato di avere a cuore soprattutto il bene comune.
Ma con ciò
tocchiamo lo snodo centrale del problema.
Ossia il
fatto che se la repubblica si sposa assai bene con la democrazia, essa non è confondibile
con la democrazia.
Come si giustificherebbe
altrimenti che, mentre la democrazia è soprattutto espressa dal Parlamento
elettivo e affidata alla sua cura, la tutela della Repubblica e dei suoi valori
fondanti sia stata invece attribuita a supremi organi di garanzia, non dotati
di diretta legittimazione democratica o addirittura completamente carenti di
tale legittimazione, come il Presidente della Repubblica e, rispettivamente,
E, a ben
vedere, come comprendere che ordinamenti sicuramente democratici come
14. Ma su questa circostanza sarebbe ora troppo fuor di
luogo dilungarsi.
Ciò che
vorrei invece qui ancora sottolineare è come sia davvero riduttiva l’opinione
che la differenza tra repubblica e monarchia sia da ricondurre essenzialmente
al diverso modo di concepire il Capo dello Stato, ossia un presidente elettivo
nel primo caso ed un monarca regnante per diritto proprio nel secondo caso.
Infatti, a
parte la dimostrata non decisività di tale criterio distintivo, la differenza autentica
tra questi due forme istituzionali discende da quanto si è già sin qui
accennato, ossia nel concetto di repubblica come casa comune della società
statale, nella quale, come recita l’art. 6 della Dichiarazione dei diritti del
1789, tutti i cittadini sono giuridicamente eguali, “senza altre distinzioni
che quelle delle loro virtù e dei loro talenti”.
15. Da queste premesse, può agevolmente derivarsi che la
repubblica, pur proclamata solennemente sulla carta, venga compromessa da
qualsiasi governo corrivo con i privilegi e condiscendente con le
disuguaglianze.
Si tratta
cioè di mantenere costantemente intatti quelli che non a caso i nostri vicini francesi,
a far data dalla Rivoluzione che abbattè l’ancien
régime, chiamano “les valeurs de
Questi valori,
prima di essere indicati partitamente, possono essere riassunti nel sentimento
di appartenenza ad una medesima casa comune. Lo Stato repubblicano non è una
mera sommatoria di comunità giustapposte, ma è una comunità nazionale.
Se la
repubblica, come già detto, vive al di sopra della democrazia, essa vive ancora
più lontano dalla politica. Dove la politica naturalmente divide e costringe a
prendere posizione, la repubblica intende riunire nella comune adesione a
principi superiori sottratti alla discussione e al compromesso politico.
Ecco perché quando
questi valori vengono trascinati nell’agone politico,
16. Qui il recente esempio francese si
rivela ancora eloquente, dato che, come a tutti noto, è riconoscendosi uniti
nei “valori della Repubblica” che, alle ultime elezioni presidenziali, destra e
sinistra hanno fatto quadrato contro la messa in campo di posizioni xenofobe e
razziste.
Si tocca così
il valore centrale tra quelli repubblicani, ossia l’eguaglianza, vista sia come
parità giuridica, sia come pari dignità personale, a cui non possono essere
validamente contrapposte, come impone l’art. 3 della Costituzione repubblicana,
le pur inevitabili diversità indotte dalle molteplici vicende della vita a
cominciare dal momento della nascita.
In questo
senso, può addirittura considerarsi come lo spirito repubblicano abbia fatto
premio sul dato testuale, dato che, nonostante l’art. 3 sembri riferire
letteralmente l’eguaglianza ai soli cittadini, di esso si è affermata una
lettura che prende in conto anche l’art. 2 della Costituzione che, nel
ragionare di diritti inviolabili, parla semplicemente di uomini e non di
cittadini.
Ma ciò è a
ben vedere anche un’esigenza logica, poiché l’eguaglianza costituisce
l’antecedente necessario della possibilità di accesso universale ai diritti.
Senza
eguaglianza non vi sono diritti, ma solo privilegi.
E i privilegi,
l’ho già ricordato, sono fuori dall’ottica repubblicana.
17. Ma, accanto al valore
dell’eguaglianza, altri diversi valori vanno menzionati. Ma in tutti questi
ritroviamo il comune denominatore del ripudio della divisione, della
separazione, dell’avversione, dell’inimicizia, della guerra.
Così è in
primo luogo per il valore della pace.
“Mai più la
guerra” diceva Giovanni Paolo II, ma riecheggiano ancora forti le parole di Pio
XII alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale quando diceva: “nulla è perduto con la
pace, tutto è perduto con la guerra”.
Di ciò ha
preso atto con straordinaria chiarezza la Costituzione repubblicana che
all’art. 11 proclama che “L'Italia ripudia la guerra
come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di
risoluzione delle controversie internazionali”.
Così è ancora
per il valore della tutela delle minoranze, elevato a principio supremo
dall’art. 6 della Costituzione.
Ci sono poi
ancora:
il principio
internazionalista, che ha aperto all’Italia la strada verso le organizzazioni
come l’ONU o
il principio
di laicità, che segna il distacco dai dogmatismi di Stato e dai totalitarismi
degli ordinamenti teocratici;
e altri
valori ancora si potrebbero ricordare in coincidenza di ciascuno dei diritti
che la Costituzione assicura e garantisce. Diritti che, non si ometta mai di
ricordarlo, la Repubblica, in base all’art. 10 della Costituzione, si è
impegnata ad offrire anche allo straniero al quale ne sia
impedito nel suo paese l’effettivo esercizio.
18. Ma vedete come questi valori siano in certo modo
indifferenti al concreto atteggiarsi delle vicende della politica?
La trama
repubblicana di questi valori, ripeto, è costituita dalla loro funzione
unificante. Così è per la pace che si oppone alle terribili lacerazioni della
guerra;
per la tutela
delle minoranze che ne contrasta l’emarginazione, la messa al bando e le
integra invece nello stesso tessuto sociale, arricchendolo;
per il
principio internazionalista, che sconfigge l’isolamento e le sterili tentazioni
autarchiche in una realtà, oltre tutto, sempre più globalizzata.
per il
principio di laicità, per il quale il relativismo è dubbio che possa
considerarsi una mancanza, ma piuttosto una ricchezza in quanto produce il
valore della tolleranza. Dai valori della laicità scaturiscono i sistemi repubblicani
fondati sul valore del singolo individuo: una testa. un voto.
19. Ma tutti questi principi, ve ne sarete accorti, non
sono elucubrazioni astratte dei professori di diritto costituzionale, ma stanno
scolpiti nel bronzo della Costituzione.
Ciò equivale
a dire che
20. Ci sono di conseguenza, purtroppo, svariati modi di offendere
Il più
plateale, ma forse il meno pericoloso perché il più improbabile, sarebbe di trasgredire
il divieto, contenuto nell’art. 139 della Costituzione stessa, di revisione della
forma repubblicana dello Stato.
Poi c’è
quello più subdolo, consistente nell’alterare, nell’emarginare o nell’irridere,
soprattutto nella legislazione quotidiana, ai valori costituzionali di cui s’è
detto.
Ma c’è anche
un terzo modo, rispetto al quale, a differenza dei primi due, anche
Questa
sfortunata evenienza si verifica quando
21. I nostri padri costituenti – lo sapete bene – erano
reduci da una guerra e da uno scontro civile di una violenza inaudita, e
certamente i rancori non potevano esser stati sopiti nel breve volgere di
qualche mese.
Non pochi dei
nostri padri costituenti, usciti dall’assemblea, si sarebbero ancora battuti
alla morte.
Nell’assemblea
costituente ciò però non accadde: essi invece votarono molto spesso insieme e
trovarono alla fine un accordo luminoso che ha retto l’Italia per più di mezzo
secolo.
22. Ma essi avevano dalla loro parte lo spirito
repubblicano.
Si può avere
qualche dubbio che oggi sia ancora così.
Solo tenendo
23. Un’ultima notazione, se avete ancora la pazienza di
ascoltarmi.
Abbiamo visto
come la repubblica consista e si
alimenti dello spirito unitario e della tensione verso la pace.
Non è perciò
un caso che, alla fine dell’ultima guerra mondiale, che proprio questi due
valori sembrava aver irreparabilmente compromesso, l’idea repubblicana sia
riemersa.
Questa volta su
una dimensione ancor più ampia, cioè a livello europeo.
Si è cioè
compreso definitivamente come la stessa idea di Stato poteva essere pervertita
in quella di Potenza e diventare, come era tragicamente avvenuto, un fattore di
divisione.
Di qui l’idea
tutta repubblicana di sfumare le barriere tra gli Stati fino ad abolirle del
tutto, creando così una nuova entità sopranazionale che costituisse la casa
comune degli europei.
La comunità
europea o meglio come da qualche tempo si chiama: l’Unione europea è il frutto di
questa idea.
Ma non è
ancora una Repubblica.
Il nostro
auspicio è che lo diventi presto. Ma, perché ciò accada, occorrerà, mettere da
parte completamente i fattori che ancora dividono gli Stati europei.
Occorre cioè
anche qui il naturale complemento di una Repubblica, cioè una Costituzione. Si
può allora qui ricordare come lo stesso Kant, nel teorizzare i fondamenti di
una futura comunità giuridica sopranazionale, nel suo scritto “Per la pace
perpetua” del 1795, afferma che “la costituzione civile di ogni Stato
dev’essere repubblicana”.
Ma, secondo
Kant, una costituzione è repubblicana quando sia fondata:
1. sui principi
della libertà dei membri di una società (in quanto uomini);
2. sui
principi della dipendenza di tutti da un’unica legislazione (in quanto sottoposti);
3. sulla
legge dell’uguaglianza di tutti (in quanto cittadini).
24. Del resto - e qui concludo davvero - l’Italia e
l’Europa furono due punti fondamentali nel pensiero repubblicano del nostro
Giuseppe Mazzini per il raggiungimento di una democrazia e di una pace stabili.
Per lui, la Patria unita non costituiva il
punto d’arrivo, ma una necessità subordinata ad un più ampio concetto di
umanità, dentro al quale si legge il superamento della ‘forma-nazione’, a
favore di una federazione fra tutti i popoli europei.
Ciò
autorizza, a duecento anni dalla nascita di Giuseppe Mazzini, a considerare il pensatore genovese come il
precursore di un disegno di pace per i popoli uniti.
Ricordiamo
che Mazzini, nel gennaio 1834, si era rifugiato a Berna, fondando la Giovine
Europa, il cui scopo era
“l’ordinamento
federativo della Democrazia europea sotto un’unica direzione”
e la
consacrava con una simbolica cerimonia, alla quale parteciparono 18 giovani di
varie nazionalità.
25. Come vedete, dunque, celebrare il 2
giugno significa celebrare due cose assieme.
Perché il 2
giugno ha dato
Grazie della
vostra attenzione.