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Alta Corte per la Regione siciliana

 

Decisione 6 ottobre 1954 - 11 dicembre 1954, n 75

sul ricorso del Commissario dello Stato contro la legge approvata dall’Assemblea regionale il 10 dicembre 1953: «Indennità di funzione ai sindaci ed agli assessori comunali»

 

Presidente: PERASSI; Estensore: STURZO; P. M.: EULA; Commissario Stato (Avv.to ARIAS) - Regione siciliana (Avv.ti NAVARRA e COSTA).

 

(omissis)

 

Il Commissario dello Stato ha impugnato nei termini legali la legge approvata dall’Assemblea regionale in data 10 dicembre 1953, legge che ha per oggetto: « Indennità di funzione ai sindaci ed agli assessori comunali », per i seguenti motivi:

1) violazione dell’art. 81 della Costituzione, per avere stabilito che la indennità spetta indipendentemente dalle condizioni finanziarie del comune;

2) violazione dell’art. 15 dello Statuto per avere legiferato sulla finanza locale, nella quale materia la legge regionale deve rispettare i principi od interessi generali cui si informa la legislazione dello Stato;

3) violazione dell’art. 53 della Costituzione e dei principi in materia tributaria per la esenzione delle previste indennità da ogni onere verso la pubblica amministrazione;

4) per avere stabilito la non cedibilità, insequestrabilità e impignorabilità dell’indennità di cui trattasi, attribuendo per esse i privilegi che, per la legge dello Stato 5 gennaio 1950, n. 180 sono riservate agli stipendi, salari e assegni per prestazione di lavoro.

Resiste il Presidente della Regione a tale ricorso, affermando:

1) non essere applicabile al caso l’art. 81 della Costituzione, non trattandosi di nuova spesa, ma del come disciplinare una spesa prevista da legge;

2) non essere violato l’art. 15 dello Statuto, trattandosi di provvedimento che rientra nella materia dell’ordinamento dei comuni previsto dallo stesso articolo come competenza esclusiva della Regione;

3) perché la indennità di funzione per sindaci ed assessori é assimilabile a quella parlamentare che non é soggetta ad oneri tributari;

4) perché l’estendere, al caso in esame, i privilegi previsti dalla legge 5 gennaio 1950, n. 180, per le ragioni indicate al primo articolo della legge regionale, non viola i principi ed interessi generali cui si informa la legislazione dello Stato.

Il Procuratore generale ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

 

DIRITTO

 

Si osserva che il legislatore regionale ha inteso facilitare l’esercizio delle funzioni di sindaco, di assessore anziano e, per i comuni capoluoghi di provincia anche di assessore municipale, a quella categoria di cittadini che, traendo dal lavoro professionale o da arti e mestieri e altri servizi impegnativi, i mezzi di sussistenza, avrebbero difficoltà, senza una più o meno compensativa indennità, ad accettare tali cariche.

Da qui una nuova configurazione della facoltà dei comuni di deliberare le indennità previste, non più in relazione alle condizioni di bilancio, ma alle condizioni subbiettive delle persone preposte a detti uffici. Aderente alla logica del provvedimento risulta la insindacabilità nel merito della deliberazione del Consiglio comunale di adottare tale provvedimento per casi individuali, se il bilancio sia in deficit; fermo restando, per i comuni il cui bilancia non sia deficitario, l’art. 7 del testo unico approvato con decreto del presidente della Repubblica del 5 aprile 1951 n. 203. La conseguenza che il legislatore regionale ha tratto da tale impostazione é duplice: la spesa ha la figura della indennità di carica; la finalità della spesa, dal punto di vista subbiettivo, ha la figura di compenso per mancato provento del lavoro professionale; per il primo aspetto la indennità non é soggetta a onere fiscale; per il secondo aspetto non é cedibile, né pegnorabile o sequestrabile.

Il primo motivo di ricorso (violazione dell’art. 81 della Costituzione) non é attendibile, perché l’Assemblea regionale non ha deliberato una spesa senza copertura in un dato esercizio della Regione, ma ha riconosciuto la facoltà dei consigli comunali di iscrivere nei propri bilanci, anche se deficitari , una spesa che potrà, in casi specifici, essere ritenuta necessaria.

È questo il carattere di tutte le spese obbligatorie per legge, sia in forma assoluta, sia in forma condizionata: spese per lo stato civile; spese per gli uffici giudiziari; spese per l’igiene pubblica; spese per la scuola e così di seguito; delle quali spese in concreto é l’amministrazione comunale a dover deliberare indipendentemente dalla consistenza attuale del bilancio, ricorrendo, se del caso, a mezzi straordinari o a mutui di pareggio da tempo ammessi dalla legislazione statale.

Il secondo motivo (violazione dell’art. 5 dello Statuto nei riguardi della finanza locale) anch’esso non é attendibile per mancanza di materia, non avendo l’Assemblea regionale, nel caso in esame, legiferato sulla finanza locale e norme connesse.

La facoltatività o l’obbligatorietà di una spesa é materia di ordinamento amministrativo; questo precede, non segue l’ordinamento finanziario. Alla ricerca delle entrate precede il riconoscimento o meno della obbligatorietà della spesa, perché per il funzionamento dell’ente, sono necessari i mezzi ad attuare i servizi che la legge o la tradizione o la natura stessa dell’ente impongono nell’interesse degli abitanti di quel determinato territorio. Fra i servizi, quello amministrativo-direttivo responsabile di fronte al consiglio comunale e all’elettorato locale, non può essere escluso.

Pertanto, la Regione ha il diritto e il dovere a dettare norme sull’ordinamento comunale, proprio in base all’art. 15 dello Statuto. In proposito sarà bene tener presente le decisioni di questa Alta Corte, pubblicate il 13 aprile 1951 e il 18 aprile 1952, nelle quali si rilevava la necessità di dare alla Regione siciliana, sia pure gradualmente ma sopra un piano organico, quell’ordinamento degli enti locali che la lettera e lo spirito dello Statuto sanciscono in forma ampia e nuova. La presente legge, modesta nell’oggetto dovrebbe far parte dell’ordinamento che si attende: l’avere limitato il controllo alla legittimità del deliberato risponde sia al disposto dello Statuto che a quello della Costituzione; è da augurare che le leggi relative a tale ordinamento non siano ancora troppo ritardate.

La esenzione tributaria della indennità prevista dalla legge impugnata non contrasta un principio dell’ordinamento dello Stato che riconobbe tale esenzione per i parlamentari; in ogni caso non può essere qualificata come costituzionalmente illegittima.

La censura di illegittimità costituzionale delle disposizioni del secondo capoverso dell’art. 5 della legge regionale, in quanto materia di legislazione che esorbita dai limiti segnati dall’art. 17 lett. f) dello Statuto, non è fondata, perché l’Assemblea regionale siciliana, adottando tale disposizione ha esercitato la competenza attribuita alla Regione dall’art. 15 dello Statuto circa l’ordinamento dei comuni.

 

P. Q. M.

 

L’Alta Corte rigetta il ricorso del Commissario dello Stato avverso la legge regionale del 10 dicembre 1953 concernente l’indennità di funzione ai sindaci ed agli assessori comunali.