CONSULTA ONLINE 

 

Alta Corte per la Regione siciliana

 

Decisione 15 luglio 1953 - 24 agosto 1953, n.70

sul ricorso del Commissario dello Stato contro la legge approvata dall’Assemblea regionale, concernente: « Imponibile di mano d’opera nei piani di cui agli art. 8 e segg. della legge regionale 27 dicembre 1950, n. 104 ».

 

Presidente: PERASSI; Estensore: PERASSI; P.M.: EULA. — Commissario Stato (Avv. St. ARIAS) - Regione Siciliana (Avv. PUGLIATTI).

 

(omissis)

 

L’Assemblea regionale siciliana, nella seduta dell’11 aprile 1953, ha approvato la legge concernente: « Imponibile di mano d’opera nei piani di cui agli artt. 8 e seguenti della legge regionale 27 dicembre 1950, n. 104 ».

Con tale legge si stabiliscono disposizioni secondo le quali sarà determinato ed applicato un imponibile di mano d’opera per i singoli piani particolari di utilizzazione e di miglioramento di cui agli artt. 8 e seguenti della legge regionale 27 dicembre 1950, n. 104, concernenti la riforma agraria.

L’art. 2 della legge impugnata dispone che l’ispettore provinciale dell’agricoltura determina per ognuno dei piani approvati a norma dell’art. 10 della legge regionale 27 dicembre 1950 « il numero delle giornate lavorative ritenute necessarie per l’esecuzione di ciascuna delle opere previste ed il numero delle giornate da impiegarsi ogni anno al fine di assicurare l’attuazione dei piani nel termine assegnato». Le determinazioni degli ispettori provinciali sono trasmesse all’ispettore agrario regionale ai fini di cui all’art. 10 della citata legge regionale e le commissioni comunali, di cui all’art. 2 del D.L.C.P.S. 16 settembre 1047, n. 929, provvedono all’avviamento al lavoro in esecuzione del decreto dell’Ispettorato agrario regionale.

L’art. 3 stabilisce che le retribuzioni dovute dai conduttori ai lavoratori occupati debbono corrispondere a quelle stabilite dagli accordi sindacali più favorevoli ai lavoratori, vigenti nella provincia e, in mancanza, nelle provincie più vicine e che, comunque il salario non potrà essere inferiore a lire ottocento giornaliere.

L’art. 5 dispone che in casi di inadempimento agli obblighi previsti dalla stessa legge impugnata si applicano le penali in misura eguale a quella stabilita nel terzo comma dell’art. 20 della legge regionale 27 dicembre 1950, n. 104.

Il Commissario dello Stato, con ricorso in data 19 aprile 1953, depositato il 29 aprile 1953 ha impugnato per incostituzionalità davanti l’Alta Corte la detta legge approvata dall’Assemblea regionale, in quanto essa, riguardando una materia rientrante nella potestà legislativa della Regione delimitata dall’art. 17 dello Statuto e precisamente nella lettera f) che contempla la legislazione sociale, eccederebbe i limiti dei principi ed interessi generali cui si informa la legislazione dello Stato. In particolare, il Commissario dello Stato rileva che la legge impugnata eccede i limiti prescritti dall’art. 17 dello Statuto, perché contrasta ai principi che informano il D.L.C.P.S. 16 settembre 1947, n. 929, che in campo nazionale disciplina la materia dell’imponibile di mano d’opera. Tale contrasto è denunciato nel ricorso sotto i seguenti aspetti: a) la legge dello Stato, diretta a fronteggiare situazioni contingenti, è limitata nel tempo e nello spazio, mentre quella regionale (che si inquadra nella riforma agraria) ha carattere generale ed immanente; b) la legge dello Stato contempla l’imponibile di mano d’opera per le normali esigenze delle aziende agricole, mentre quella regionale riguarda lavori di trasformazione agraria e fondiaria; c) per le retribuzioni, l’art. 3 della legge impugnata, reca disposizioni che non appariscono in armonia con l’art. 39 della Costituzione; d) l’imposizione di un minimo salariale di lire ottocento non trova riscontro nella legislazione dello Stato, e contrasta col criterio da questa seguito di non fissare per legge la misura delle retribuzioni salariali; e) la legge nazionale contempla per l’imposizione della mano d’opera un procedimento del tutto differente da quello previsto nel citato D.L.C.P.S 16 settembre 1947, n. 929 così che la coesistenza in Sicilia di norme diverse per uno stesso oggetto creerebbe una situazione inammissibile.

La Regione ha chiesto il rigetto del ricorso del Commissario dello Stato, sostenendo nella sua memoria che la legge impugnata, in quanto prevede l’imponibile di mano d’opera come accessorio della riforma agraria, rientra nella potestà di legislazione esclusiva della Regione a norma dell’art. 14, lett. a) dello Statuto e che, comunque anche se riferita alla potestà legislativa regionale ai sensi dell’art. 17 dello Statuto, non eccede i limiti posti da questa norma dello Statuto.

 

IN DIRITTO

 

La legge regionale impugnata si ricollega alla legge regionale 27 dicembre 1950, n. 104 sulla riforma agraria in Sicilia. Questa connessione non è peraltro decisiva ai fini di ritenere che la legittimità costituzionale della legge in questione debba valutarsi in base allo art. 14 dello Statuto della Regione Siciliana, come sostiene la difesa della Regione, anziché in base all’art. 17 dello stesso Statuto. L’apprezzamento della legittimità costituzionale delle disposizioni di un atto legislativo deve farsi avendo riguardo al contenuto delle singole disposizioni, non essendo escluso che disposizioni comprese in un medesimo atto dipendano da potestà legislative della Regione di diversa estensione.

Le disposizioni della legge regionale impugnata, delle quali è contestata la legittimità costituzionale, riguardano la determinazione della mano d’opera imponibile per l’attuazione dei singoli piani di utilizzazione e di miglioramento di cui agli artt. 8 e segg. della legge regionale 27 dicembre 1950, n. 104 sulla riforma agraria in Sicilia (artt. 1 e 2) e la determinazione delle retribuzioni minime dovute dai conduttori ai lavoratori occupati in applicazione delle determinazioni relative all’imponibile di mano d’opera. Pur essendo la legge di cui si tratta una legge complementare di quella sulla riforma agraria, alla quale fa riferimento, le disposizioni suindicate sono da qualificarsi come rientranti prevalentemente nel campo della legislazione sociale, rispetto alla quale la potestà legislativa attribuita alla Regione dall’art. 17, lett. f) dello Statuto deve esercitarsi entro i limiti dei principi ed interessi generali cui si informa la legislazione dello Stato ed al fine di soddisfare alle condizioni particolari e agli interessi propri della Regione. Tale qualificazione della legge impugnata è confermata dai lavori preparatori della legge stessa, sul cui disegno ha riferito all’Assemblea regionale la commissione legislativa « lavoro, previdenza sociale, igiene e sanità ».

Ai fini di valutare se le disposizioni della legge impugnata relativa all’imponibile di mano d’opera nei piani particolari di utilizzazione e miglioramento, previsti dalla riforma agraria, si mantengono nei limiti prescritti dall’art. 17 dello Statuto si deve aver riguardo ai principi cui si informa la legislazione dello Stato in materia di imponibile di mano d’opera nell’agricoltura, ed in specie il massimo impiego di lavoratori agricoli.

La legislazione dello Stato prevede che « al fine di favorire il massimo impiego possibile di lavoratori agricoli nelle provincie o zone in cui particolarmente grave si manifesta la disoccupazione » è data facoltà ai prefetti, previo parere favorevole di una commissione centrale, di stabilire con proprio decreto l’obbligo per i conduttori a qualsiasi titolo di aziende agrarie o boschiere di assumere la mano d’opera da adibirsi, nell’annata agricola o durante le singole stagioni di essa, alla coltivazione, alla manutenzione ordinaria e straordinaria dei fondi, delle vie d’accesso e delle piantagioni nonché all’allevamento del bestiame. All’uopo il decreto del prefetto precisa « il massimo carico obbligatorio di giornate lavorative per ettaro - coltura da imporsi » ai conduttori ed i criteri per la determinazione del numero delle unità lavorative disoccupate da assumere da ogni azienda entro il limite del carico predetto.

Il decreto può riguardare anche solo alcune zone e comuni determinati della provincia e contenere norme diverse per le varie zone di essa (art. 1): Ai conduttori di aziende agricole e ai proprietari di terreno è data facoltà di indicare alla commissione comunale per la massima occupazione in agricoltura i nominativi graditi dei lavoratori da assumere (art. 8).

Il fine a cui tende la legge impugnata è pure quello di favorite, nell’esecuzione dei piani di attuazione della riforma agraria, il massimo impiego di lavoratori disoccupati, come già la legge regionale sulla riforma agraria disponeva che, senza pregiudizio della razionale destinazione dei terreni, i piani debbono tendere ad introdurre colture ed ordinamenti che consentano «il più alto assorbimento di mano d’opera» (art. 11, ultimo comma).

I criteri adottati dalle disposizioni della legge impugnata per disciplinare l’imponibile di mano d’opera deviano però dai principi cui si informa la legislazione dello Stato. Mentre il D.L.C.P.S. 16 settembre 1947, n. 929, prevede che nelle provincie o zone in cui particolarmente grave si manifesta la disoccupazione sia determinato di autorità «il massimo carico obbligatorio di giornate lavorative per ettaro-coltura da imporsi» ai conduttori di aziende agrarie, cioè che sia imposto ai conduttori l’obbligo di assumere un determinato quantitativo di mano d’opera disoccupata, la legge regionale prevede che per ognuno dei piani di utilizzazione e miglioramento da attuarsi nel quadro della legge sulla riforma agraria siano determinati d’autorità il numero delle giornate lavorative «ritenute necessarie» per la esecuzione di ciascuna delle opere previste ed il numero delle giornate da impiegarsi ogni anno al fine di assicurare l’attuazione dei piani nel termine assegnato. Con questo intervento dell’autorità amministrativa il carico obbligatorio di mano d’opera verrebbe determinato facendolo coincidere con la quantità di giornate lavorative che è ritenuta necessaria, a giudizio della detta autorità, per l’esecuzione di ciascuna delle opere previste nei singoli piani di utilizzazione e miglioramento e non in rapporto all’esigenza di diminuire la disoccupazione locale, onde con tale modo di determinazione l’autorità amministrativa si sostituirebbe al conduttore nell’apprezzamento tecnico della quantità di mano d’opera necessaria per l’esecuzione del piano. Questa restrizione alla libertà di apprezzamento del conduttore è estranea alla disciplina adottata dalla legislazione dello Stato in materia di massimo impiego di lavoratori agricoli, la quale si limita a disporre che, avuto riguardo al grado di gravità della disoccupazione locale, sia determinato d’autorità il massimo carico obbligatorio di giornate lavorative per ettaro-cultura e che entro il limite di tale carico sia determinato il numero delle unità lavorative disoccupate da assegnarsi ad ogni azienda. Si rileva, inoltre, che la legge regionale non fa cenno della facoltà che l’art. 8 del D.L.C.P.S. dà ai conduttori agricoli ed ai proprietari di terreni di indicare alla commissione comunale per la massima occupazione in agricoltura i nominativi graditi di lavoratori da assegnare.

L’Alta Corte ritiene, pertanto, che la legge regionale impugnata, nella sua formulazione, esorbiti dai limiti dei principi cui si informa la legislazione dello Stato e per conseguenza non possa sfuggire alla censura di illegittimità costituzionale, senza che sia necessario di esaminare altri motivi dedotti nell’impugnativa dal Commissario dello Stato.

 

P. Q. M.

 

L’Alta Corte accoglie il ricorso del Commissario dello Stato e per l’effetto dichiara l’illegittimità costituzionale della legge approvata dall’Assemblea regionale siciliana l’11 aprile 1953, concernente « Imponibile di mano d’opera nei piani di cui agli attt. 8 e seguenti della legge regionale 27 dicembre 1950, n. 104.»