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Alta Corte per la Regione siciliana

 

Decisione 12 maggio 1953 - 1 giugno 1954, n. 68

sul ricorso del Commissario dello Stato contro la legge approvata dall’ Assemblea regionale il 27 marzo 1953, concernente: « Approvazione dei ruoli organici dell’amministrazione regionale ».

 

Presidente: PERASSI; Relatore: BRACCI; Estensore: STURZO; P.M.: EULA. — Commissario Stato (Avv. St. ARIAS) – Regime Siciliana (Avv. SORRENTINO).

(omissis)

 

IN FATTO

 

L’Assemblea regionale siciliana approvò con legge 27 marzo 1953 i ruoli organici dell’amministrazione regionale.

Si tratta di una legge di 31 articoli, con tabelle dalla lettera «A» alla lettera «H», che provvede alla sistemazione nei ruoli organici definitivi del personale di ruolo in servizio presso le amministrazioni centrali della Regione.

Questa legge, comunicata al Commissario dello Stato il 30 marzo 1953 fu da questi impugnata con ricorso 3 aprile 1953.

Il ricorso, dopo avere censurata la legge nel suo complesso, in quanto emanata con violazione dell’art. 43 dello Statuto siciliano e della VIII disposizione transitoria della Costituzione e addirittura viziata da eccesso di potere, investe specificatamente alcune norme particolari.

Gli artt. 3 e 4 sono denunciati come illegittimi perché non spetta alla Regione disciplinare la facoltà d’opzione del personale statale che preferisca passare alle dipendenze della Regione. L’art. 19 è del pari considerato illegittimo perché consente all’amministrazione regionale di valersi dell’opera di dipendenti dello Stato in posizione di comando o di distacco ed invade in tal modo la competenza dello Stato. L’iscrizione di 30 ispettori di grado superiore al V nei ruoli organici dell’amministrazione regionale (artt. 2 – 29), il trattamento economico del personale iscritto nei ruoli regionali che di fatto risulta superiore a quello della maggior parte degli impiegati statali di pari grado (art. 28) ed altre disposizioni in materia di inquadramento e di agevolazioni ai capi delle famiglie numerose (art. 15) sono censurati come costituzionalmente illegittimi perché inconciliabili col principio posto dall’art. 1 dello Statuto siciliano che impone la coordinazione dell’organizzazione regionale con quella statale per assicurare e preservare l’unità della nazione.

La Regione ha contestato il fondamento del ricorso sostenendo che la legge regionale impugnata non ha esorbitato dai limiti della competenza regionale esclusiva e che è stata il logico e necessario completamento delle leggi preesistenti non impugnate o riconosciute costituzionalmente legittime in seguito all’impugnazione.

All’udienza l’Avv. Cesare Arias per il Commissario dello Stato e l’Avv. Antonio Sorrentino per la Regione Siciliana hanno insistito rispettivamente sui motivi del ricorso e sulle eccezioni già illustrate in memoria scritta.

Il Procuratore generale Dott. Eula ha concluso per l’accoglimento dei ricorso.

 

DIRITTO

 

Non è dubbio che l’ordinamento degli uffici e la disciplina dello stato giuridico ed economico degli impiegati e funzionari della Regione sono materia di competenza esclusiva regionale. Perciò è del tutto legittimo che la legislazione regionale dia una disciplina all’organizzazione centrale della Regione; ciò può avvenire sia in via provvisoria e per settori particolari, come è accaduto nel passato, sia in via definitiva e generale come nel caso della legge impugnata.

Quest’Alta Corte ha già avuto occasione di rilevare, quanto alla legittimità costituzionale, che in tale materia la legislazione regionale incontra soltanto i limiti delle leggi costituzionali dello Stato fra le quali non è da comprendersi la disposizione VIII della Costituzione perché i rapporti transitori relativi alla Sicilia furono regolati dall’art. 43 dello Statuto, che riconobbe ad una speciale commissione paritetica il potere normativo in materia di passaggio del personale degli uffici dello Stato agli uffici della Regione.

Non può sostenersi fondatamente che la legge impugnata abbia violato l’art. 43 dello Statuto. Difatti, questa legge sui ruoli organici dell’amministrazione regionale ha la sua ragion d’essere e si giustifica indipendentemente dalla partecipazione dello Stato alla disciplina transitoria prevista dall’art. 43 dello Statuto, sia perché la Regione ha un personale proprio già in servizio, sia perché la norma dell’art. 43 influisce sulla efficacia della legge regionale, ma non limita il potere legislativo regionale ex art. 14, lettere p) e q), dello Statuto. Vale a dire che, non essendo la legge regionale fonte di doveri per l’amministrazione dello Stato in quanto la sua efficacia non può superare l’ambito regionale, la disciplina sancita dalla legge regionale sui ruoli organici non potrà essere applicata al personale statale senza che siano emanate conformi norme paritetiche o senza che lo Stato abbia provveduto, a sua volta, unilateralmente nelle forme di legge: ciò, del resto, è espressamente riconosciuto dalla legge impugnata (art. 4).

Questa limitata efficacia della legge regionale potrà magari giustificare le censure d’inopportunità, tenuto anche conto dell’annunciata riforma statale della burocrazia, ma non tocca la legittimità costituzionale della norma perché la censura d’intempestività e di inopportunità hanno rilevanza soltanto politica e sfuggono alla competenza di quest’Alta Corte.

Perciò l’impugnazione della legge nel suo complesso per violazione della disposizione VIII della Costituzione e dell’art. 43 dello Statuto è destituita di fondamento.

Neppure può parlarsi d’eccesso di potere, come adombra il ricorso del Commissario dello Stato, perché questa Alta Corte ritiene, conforme alla propria giurisprudenza, che questo vizio caratteristico della causa degli atti amministrativi non possa essere esteso al campo d’illegittimità costituzionale.

Del pari infondate sono le censure particolari.

L’art. 3 che fissa un termine di 6 mesi per l’opzione dei dipendenti statali a favore dei ruoli regionali e l’art. 4 che richiede il nulla osta dell’amministrazione di provenienza per l’inquadramento del personale optante non sono norme illegittime, come afferma il ricorrente, in quanto invadono il campo della legislazione statale: sono piuttosto norme la cui efficacia è condizionata all’adesione dello Stato, come altra volta quest’Alta Corte ebbe a pronunciare; e quindi legittime sotto tale profilo.

Lo stesso può dirsi riguardo al motivo di impugnazione dell’art. 19 della legge regionale che sarebbe illegittimo perché consentirebbe i comandi dei dipendenti statali presso l’amministrazione regionale, regolando in tal modo una materia che è di competenza legislativa statale e contro i principi della stessa legislazione statale che normalmente non consente i comandi. Ma anche in questo caso, evidentemente, si tratta di norma destinata a rimanere priva di efficacia qualora manchi il consenso statale e diretta a disciplinare i comandi del personale statale soltanto per ciò che attiene al potere della Regione di valersene e non anche per l’obbligo statale di concederli.

Infine, il ricorso dello Stato lamenta la violazione dell’art. 1 dello Statuto in quanto l’iscrizione nei ruoli organici di 30 ispettori di grado superiore al V, il trattamento economico superiore a quello dello Stato e altre disposizioni relative all’inquadramento costituirebbero un « precedente pericoloso » e si allontanerebbero talmente dai lineamenti fondamentali della pubblica amministrazione da violare il principio dell’unità politica dello Stato.

Quest’Alta Corte, pur riconoscendo che nella retta applicazione dell’art. 1 dello Statuto siciliano riposano le maggiori garanzie contro ogni esorbitanza della autonomia regionale che possa costituire un pericolo per l’unità dello Stato, non ritiene che le ripercussioni di fatto che una disciplina legislativa regionale può causare nella vita dello Stato unitario debbano essere considerate abnormi e addirittura illegittime.

La mancanza di «unità di indirizzo» nell’organizzazione statale e nell’organizzazione regionale, la diversità dei criteri informatori dei ruoli statali e dei ruoli regionali, le facilitazioni al capi delle famiglie numerose, sono una conseguenza dell’autonomia regionale e, lungi dal rivestire caratteri d’illegittimità costituzionale, sono manifestazioni del normale funzionamento della autonomia della Regione che si esprime con discipline tanto più diverse da quelle dello Stato quanto più la materia è riservata alla competenza della legislazione regionale, che nel caso è esclusiva.

 

P. Q. M.

 

L’Alta Corte respinge il ricorso proposto dal Commissario dello Stato avverso la legge regionale 27 marzo 1953 recante « approvazione dei ruoli organici dell’amministrazione regionale ».