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Alta Corte per la Regione siciliana

 

10 aprile 1953 – 3 novembre 1953, n.66

sul ricorso del Commissario dello Stato contro la legge approvata dall’Assemblea regionale il 25 febbraio 1953, concernente: « Norme sul rapporto di lavoro dei dipendenti delle esattorie delle imposte dirette »

 

Presidente: PERASSI; Estensore: FINOCCHIARO APRILE; P. M.: EULA — Commissario Stato (Avv. St. ARIAS) - Regione Siciliana (Avv.ti ORLANDO CASCIO, NAVARRA).

 

(omissis)

La legge dell’Assemblea regionale siciliana del 29 marzo 1951 sui rapporti di lavoro dei dipendenti dalle esattorie delle imposte dirette fu impugnata dal Commissario dello Stato perché, trattandosi di materia di legislazione concorrente della Regione (art. 17, lett. f dello Statuto), non sarebbero state osservate le due condizioni richieste dall’art. 17, e cioè che essa rientri nei limiti dei principi ed interessi generali cui si informa la legislazione dello Stato, e che abbia per fine di soddisfare alle condizioni particolari ed agli interessi propri della Regione. L’Alta Corte ritenne di dover prendere in esame, come pregiudiziale, solo la seconda delle censure del Commissario dello Stato, ed accogliendo il relativo motivo di ricorso, con decisione 24 aprile 1951, annullò la legge, osservando che « la materia che ha formato oggetto della legge regionale impugnata (rapporto di lavoro dei dipendenti dalle esattorie delle imposte dirette) è per sua natura di portata nazionale, né risultano dalla legge regionale o dagli atti preparatori, motivi e condizioni speciali che spieghino la necessità di norme particolari per la Sicilia».

L’Assemblea Regionale Siciliana riprese in esame l’argomento e approvò nella seduta del 25 febbraio 1953 una nuova legge, apportando modificazioni a quella annullata, onde renderla ineccepibile dal punto di vista costituzionale e meglio adattarla alle finalità da conseguire.

Dichiarato con l’art. I che la legge mira a soddisfare esigenze determinate dalla particolare situazione delle esattorie delle imposte dirette della Sicilia e ad assicurare la maggiore regolarità del servizio, si dispone con l’art. 2 che gli esattori possono procedere al licenziamento dei dipendenti che risultano iscritti da almeno tre mesi al fondo di previdenza, solo quando ricorrano gravi motivi disciplinari, accertato rendimento insufficiente, sopravvenuta inidoneità fisica o riduzione non inferiore al quarto dei contribuenti; si ammette che il licenziamento possa aver luogo anche nel caso di meccanizzazione dei servizi, limitatamente alla quota di personale che si renda così esuberante; e si vieta ogni trasferimento di personale se non per comprovata esigenza di servizio. Con l’art. 3 si dichiara che la violazione. delle predette disposizioni costituisce irregolarità a norma della legge 16 giugno 1939, n. 942 e può quindi determinare la decadenza dell’esattore da pronunziarsi dal prefetto su proposta della Intendenza di finanza e dell’Ispettorato del lavoro. Con l’art. 4 si stabilisce che sia corrisposta una maggiore indennità al personale licenziato per riduzione dei contribuenti tassati o per meccanizzazione dei servizi. Con l’art. 5 è prescritto l’obbligo di riprodurre negli avvisi di asta per il collocamento delle esattorie gli artt. 3 e 4 di questa legge, facendone menzione nei contratti di appalto e negli atti di conferimento della gestione dell’esattoria. Con l’art. 6, finalmente, viene ordinato il deposito entro tre mesi presso l’Intendenza di finanza dell’elenco del personale dipendente di ciascuna esattoria, distinto per categoria; elenco al quale dovranno allegarsi le dichiarazioni controfirmate dagli interessati con indicazione delle generalità, delle date di assunzione in servizio e di iscrizione al fondo di previdenza di ciascun dipendente. Le variazioni successive dovranno, entro trenta giorni, essere comunicate all’intendenza di finanza cui sono demandati la tenuta e il controllo degli elenchi.

Contro questa legge ha prodotto ricorso il Commissario dello Stato, lamentandone la illegittimità costituzionale.

Premesso che la materia dell’esazione delle imposte, per la sua stretta connessione con quella tributaria, può rientrare nella potestà legislativa complementare spettante alla Regione, ma non certo in quella esclusiva, e che pertanto essa deve svolgersi entro i limiti dei principi ed interessi generali cui s’informa la legislazione dello Stato e al fine di soddisfare a particolari condizioni ed interessi propri della Regione, il Commissario dello Stato asseriva che la legge abbia esorbitato da tali limiti e debba quindi essere annullata.

Ha resistito la Regione, affermando che la legge impugnata, considerata da entrambi i suddetti punti di vista, è rimasta invece nell’orbita costituzionale e non merita censura.

 

IN DIRITTO

 

Come già nella decisione 24 aprile 1951, relativa alla precedente legge in materia, dichiarata costituzionalmente illegittima dall’Alta Corte, si ritiene anche ora di prendere prima in esame, come pregiudiziale, la seconda delle censure del Commissario dello Stato, quella cioè riguardante il non essersi la potestà normativa dell’Assemblea regionale svolta, neppure ora, per soddisfare interessi della Regione.

L’Alta Corte ha riconosciuto che la materia del rapporto di lavoro dei dipendenti delle esattorie delle imposte dirette è per sua natura di portata nazionale; pertanto, onde l’Assemblea regionale possa esercitare la sua potestà normativa ex art. 17, è necessario che siano dichiarate le condizioni particolari e gli interessi propri della Regione che occorra soddisfare, dichiarazione da contenersi nella legge o negli atti preparatori di essa. Or non è dubbio che l’Assemblea regionale, riprendendo in esame la materia dopo la decisione 24 aprile 1951 dell’Alta Corte e colmando la lacuna dalla decisione stessa riscontrata, abbia chiaramente indicato il presupposto che è a base dell’art. 17, cioè di soddisfare alle condizioni particolari ed agli interessi della Regione. Quando infatti si legge nella relazione che precede il disegno di legge che in Sicilia il carico tributario medio per abitante è notevolmente superiore alla media nazionale; che vi sono notevoli oscillazioni nel numero degli articoli di ruolo in carico presso ogni esattoria; che vi è un elevato indice di morosità; che gli esattori non osservano gli obblighi previsti dai contratti di lavoro applicabili alla categoria; che sono continui i licenziamenti del personale esattoriale e via dicendo: si dicono appunto le ragioni che sono state poste a sostegno delle particolari esigenze per la Sicilia in questa materia. Non può l’Alta Corte entrare nell’esame del merito dei provvedimenti senza invadere un campo riservato alla valutazione politica della Assemblea regionale; ma, restando nella sfera del sindacato di legittimità costituzionale, non può non riconoscere che la potestà normativa esercitata con la legge impugnata si sia svolta non solo nell’ambito della Regione, ma per soddisfare interessi della Regione. Il secondo mezzo del ricorso pertanto non merita accoglimento.

Infondato è altresì il primo mezzo per cui la potestà normativa della Regione ex art. 17 non si sarebbe svolta nella specie entro i limiti dei principi generali cui si informa la legislazione dello Stato. È chiaro che questa espressione vada intesa in senso lato, nel complesso della legislazione nazionale sulla materia a cui si riferisce la legge regionale e non nei ristretti limiti di una sola legge; ciò che porterebbe alla necessità dell’Assemblea regionale di uniformarsi sic et simpliciter alle singole disposizioni di una singola legge, come sarebbe in materia il T.U. 17 ottobre 1922, n. 1401, con la conseguenza della impossibilità dell’Assemblea medesima di esercitare la sua potestà normativa ex art. 17, che, verrebbe non solo ridotta ai minimi termini, ma anche annullata. La legislazione nazionale del lavoro è informata al criterio sociale di garantire le condizioni del lavoratore; e non è affatto in contrasto, anzi è in piena aderenza con questo criterio il regolare la stabilità del lavoratore. D’altra parte il principio della stabilità, già acquisito nei rapporti di pubblico impiego, si è andato estendendo ai rapporti di impiego privato e non mancano norme (v. legge 16 giugno 1922, n. 942, modificatrice degli artt. 106 - 108 del T.U. 17 ottobre 1922, n. 1401 e R.D. 8 gennaio 1931, n. 148, sui rapporti di lavoro del personale delle ferrovie, tranvie e linee di navigazione interna in regime di concessione) che quel principio sanzionano. La legittimità costituzionale della legge impugnata non è adunque contestabile e il primo mezzo del ricorso non può essere accolto.

 

P.Q.M

 

L’Alta Corte rigetta il ricorso del Commissario dello Stato.