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Alta Corte per la Regione siciliana

 

Decisione 23 gennaio 1953 – 29 aprile 1953, n. 61

sul ricorso del Presidente della Regione contro la legge nazionale 16 agosto 1952, n. 1206, concernente: « Interpretazione dell’art. 4 della legge 21 ottobre 1950, n. 841, recante norme per la espropriazione, bonifica, trasformazione ed assegnazione dei terreni ai contadini »

 

Presidente: PERASSI; Relatore: BRACCI; P. M.: EULA. — Regione Siciliana (Avv.ti SCADUTO, COSTA) - Presidenza Consiglio (Avv. St. ARIAS).

 

(omissis)

 

La legge 21 ottobre 1950, n. 841, comunemente conosciuta come «legge stralcio», dispone all’art. 4 che «nei territori considerati dalla presente legge, la proprietà terriera privata, nella sua consistenza al 15 novembre 1949, è soggetta ad espropriazione di una quota determinata in base al reddito dominicale della intera proprietà al 1° gennaio 1943 e al reddito medio dominicale per ettaro etc. etc. ».

La legge 16 agosto 1952, n. 1206, ha interpretato questa norma con un articolo unico che dispone: «La formula «intera proprietà» contenuta nel primo comma dell’art. 4 della legge 21 ottobre 1950, n. 841, deve interpretarsi nel senso di proprietà di tutti i beni terrieri situati in qualunque parte del territorio della Repubblica italiana».

La Regione Siciliana ha impugnato questo articolo unico della legge 16 agosto 1952, n. 1206, sostenendo che esso viola la competenza esclusiva attribuita alla legislazione regionale dall’art. 14 dello Statuto siciliano in materia di agricoltura, bonifica e — strumentalmente — in materia di esproprio per pubblica utilità in considerazione della riforma agraria disposta dalla legge regionale 17 dicembre 1950, n. 104, che è già in vigore nel territorio dell’isola.

La Regione ha lamentato, inoltre, la violazione del principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini nell’ordinamento giuridico ed ha chiesto che la legge impugnata sia dichiarata incostituzionale e comunque inapplicabile per i beni esistenti nel territorio della Regione stessa.

La difesa dello Stato ha resistito, affermando che il ricorso della Regione è inammissibile e comunque infondato in merito.

Il Procuratore generale ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

IN  DIRITTO

 

I profili di illegittimità costituzionale della legge 16 agosto 1952, n. 1206, prospettati dalla Regione Siciliana, sono sostanzialmente i seguenti.

È pacifico che « la legge stralcio », cioè la riforma fondiaria di cui alla legge 21 ottobre 1950, n. 841, non si applica alla Sicilia, dove invece è applicata una legge regionale di riforma agraria che prevede particolari espropriazioni, limitazioni ed obblighi della proprietà terriera privata. Ma se, in conformità dell’interpretazione autentica disposta dalla legge 16 agosto 1952, n. 1206, «l’intera proprietà»  da considerarsi oggi ai fini dell’applicazione della legge stralcio fuori della Sicilia deve comprendere anche i terreni siciliani, sia pure ai soli effetti della determinazione del reddito dominicale complessivo, la legge stralcio trova in tal modo sostanziale applicazione in Sicilia. Difatti, il proprietario che possegga terreni sia in Sicilia, sia nelle zone soggette alla legge stralcio, viene colpito dalla riforma nazionale in base ad un reddito che tiene conto anche della proprietà siciliana e viene colpito al tempo stesso dalla riforma regionale che invece non tiene conto delle espropriazioni subite dal patrimonio terriero dell’interessato fuori della Sicilia.

Perciò, secondo la Regione, la legge statale 16 agosto 1952, n. 1206, in quanto importa l’applicazione della legge stralcio in Sicilia, viola l’art. 14 dello Statuto siciliano che riserva alla legislazione regionale la materia dell’agricoltura, della bonifica e della espropriazione per pubblica utilità e viola il principio dell’eguaglianza dei cittadini nello ordinamento giuridico in quanto non tiene conto della riforma agraria siciliana.

Questi motivi del ricorso non sono ammissibili davanti a questa Alta Corte.

La legge statale si limita a prendere in considerazione il reddito dei terreni siciliani quale fattore rilevante per la determinazione della quota del terreno da espropriare. Ma poiché questa quota può essere scorporata soltanto dai terreni che si trovano nelle zone della legge stralcio, cioè fuori della Sicilia, non si può parlare né di applicazione della legge stralcio in Sicilia, né di violazione della competenza territoriale della legislazione regionale. Sotto quest’aspetto, anzi, non si potrebbe parlare di violazione dei principi sulla territorialità della legge, neppure se si trattasse di relazioni fra ordinamenti giuridici di Stati diversi; poiché i rapporti relativi all’espropriazione per fini di riforma agraria sono di natura evidentemente pubblicistica, anche situazioni di fatto esistenti all’estero, relativamente a cittadini nazionali e stranieri, potrebbero essere prese in considerazione legittimamente ai fini dell’applicazione della legge nazionale nel territorio dello Stato. A maggior ragione ciò è vero quando si tratti di leggi statali e di leggi regionali facenti parte dell’unico ordinamento giuridico statale.

Da ciò risulta evidente che il limite della territorialità della legge stralcio, in seguito all’interpretazione autentica adottata dalla legge 16 agosto 1952, n. 1206, è rimasto quello tenuto presente da questa Alta Corte con la decisione 23 dicembre 1950 - 23 aprile 1955 quando fu dichiarato inammissibile il ricorso del Governo regionale per l’annullamento della legge 21 ottobre 1950, n. 641, per difetto di interesse, all’impugnazione, in quanto quella legge non era applicabile in Sicilia. Conseguentemente deve essere dichiarato del pari inammissibile, per lo stesso difetto d’interesse ad agire, il ricorso contro la legge d’interpretazione autentica dell’art. 4 della legge stralcio.

Neppure la lamentata violazione del principio dell’eguaglianza dei cittadini nell’ordinamento giuridico può essere configurata davanti questa Alta Corte come un profilo di illegittimità costituzionale della legge statale.

A parte che la situazione in cui vengono a trovarsi i proprietari di terreni siciliani che siano al tempo stesso proprietari di terreni giacenti in una zona sottoposta alla legge stralcio non è sostanzialmente diversa dalla situazione dei proprietari di terreni non siciliani giacenti in due zone sottoposte alla legge stralcio, la eventuale disuguaglianza di trattamento di questi cittadini deriva dalla diversità delle condizioni alle quali si riferiscono per la loro applicazione e non dalla diversità delle posizioni giuridiche dei cittadini stessi. Anzi, si potrebbe, se mai, dubitare che non fosse rispettato il principio della uguaglianza se i terreni siciliani fossero esclusi dal computo dell’«intera proprietà» ai fini dell’applicazione della legge stralcio fuori della Sicilia.

Del resto, il pregiudizio che possono eventualmente risentire i proprietari dei terreni siciliani per l’apparente effetto delle due riforme è conseguenza, se mai, della legge regionale di riforma agraria e i problemi che possono derivare da questa situazione sono d’ordine politico e appartengono alla competenza del potere legislativo regionale e non a quella giurisdizionale dell’Alta Corte. È con le leggi della Regione, vere e proprie leggi come quelle dello Stato e libere nel fine, che si può provvedere entro i limiti delle norme costituzionali a modificare il regime della riforma agraria siciliana, qualora questo sembri politicamente inopportuno per le particolari circostanze create in alcune situazioni dall’applicazione della legge stralcio fuori della Sicilia.

Comunque, a prescindere da tutte le considerazioni che precedono, il principio dell’eguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione non è affermato né direttamente, né indirettamente dallo Statuto siciliano che ponendo una disciplina costituzionale speciale sottolinea ovviamente i motivi della disuguaglianza piuttosto che quelli della parità delle condizioni e delle posizioni giuridiche.

E poiché l’Alta Corte è competente a giudicare della costituzionalità delle leggi dello Stato soltanto rispetto allo Statuto della Regione Siciliana, il motivo di illegittimità costituzionale per violazione del principio dell’eguaglianza, cioè per violazione dell’art. 3 della Costituzione, è inammissibile per l’incompetenza al riguardo di questa Alta Corte.

 

P. Q. M.

 

L’Alta Corte dichiara inammissibile il ricorso della Regione Siciliana avverso la legge 16 agosto 1952, n. 1206, concernente la «interpretazione autentica dell’art. 4 della legge 21 ottobre 1950, n. 841, relativa alla espropriazione, bonifica, trasformazione ed assegnazione dei terreni ai contadini ».