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Alta Corte per la Regione siciliana

 

Decisione 10 gennaio 1951 - 29 marzo 1952, n. 31

sul ricorso del Presidente della Regione contro il D.P. 30 luglio 1950, n. 878 concernente « Norme di attuazione dello Statuto della Regione Siciliana in materia di opere pubbliche »

 

Presidente; SCAVONETTI; Relatore MERLIN;  P. M.; EULA. — Regione Siciliana (Avv. St. E. La  LOGGIA, DEDIN e ORLANDO CASCIO)- Presidenza Consiglio (Avv. St. ARIAS).

 

Proseguendo la sua opera di regolarizzazione dei rapporti con la Regione Siciliana, lo Stato ha emanato e pubblicato il decreto del Presidente della Repubblica in data 30 luglio 1950, n. 88 contenente « Norme di integrazione dello Statuto della Regione Siciliana in materia di opere pubbliche ».

In precedenza era stato pubblicato il decreto legislativo 7 maggio 1948, n. 789, portante norme per l’esercizio nella Regione Siciliana delle attribuzioni del Ministero dell’agricoltura e delle foreste.

Ed ancora, con decreto del Presidente della Repubblica in data 5 novembre 1949. n. 1182, si erano pubblicate le « Norme di attuazione dello Statuto della Regione Siciliana nelle materie relative all’industria e commercio ».

I precedenti decreti non subirono censure.

Invece contro l’ultimo decreto in data 30 luglio 1950, n. 878 venne presentato dalla Regione Siciliana ricorso per ottenere l’annullamento per illegittimità costituzionale.

La Regione ha presentato i seguenti motivi:

1) Un primo motivo investe tutto il decreto per omesso richiamo; nelle premesse del decreto presidenziale impugnato, dell’art. 43 dello Statuto Siciliano.

Questo art. 43 demandava ad una commissione paritetica di quattro membri di determinare le norme transitorie relative al passaggio degli uffici e del personale dello Stato alla Regione.

2) illegittimità dell’art. 2 comma II del D. P. n. 878 in quanto, mentre l’art. 20 dello Statuto della Regione Siciliana, a proposito della funzione amministrativa nelle materie nelle quali la Regione non ha potere legislativo, parla di un’attività secondo le direttive del Governo dello Stato, il detto art. 2 parla invece di direttive del Ministero dei lavori pubblici, e con ciò (secondo la Regione) si avrebbe una restrizione di diritti a danno della Regione.

3) un terzo motivo riguarda la dizione degli artt. 1 e 2 del decreto presidenziale, laddove si usa la parola « Regione», mentre l’art. dello Statuto parla di «Presidente ed Assessori regionali».

4) illegittimità dell’art. 3 del decreto presidenziale n. 878 nelle lettere g) h) m).

L’art. 3 è così formulato: « Sono considerate grandi opere pubbliche di prevalente interesse nazionale ai sensi dell’art. 14 lettera g) ed i) dello stesso Statuto: le linee elettriche di trasporto con tensione non inferiore ai 15000 wolts; h) le grandi derivazioni di acque pubbliche m) tutte le altre « opere che lo Stato, sentita la Regione, riconoscerà di prevalente interesse nazionale».

La prima doglianza sub 4 riguarda il fatto che il decreto presidenziale non fa distinzione fra opere pubbliche ed opere eseguite dai privati. Secondo la Regione queste seconde non dovrebbero essere comprese nell’elenco.

La seconda doglianza sub 4 vorrebbe escluse dall’elenco le opere create da Enti già riconosciuti, operanti in Sicilia, sotto la vigilanza della Regione.

La terza censura sub 4 riguarda il regime delle acque pubbliche. Poiché le acque pubbliche a sensi dell’art, 32 dello Statuto, appartengono al demanio della Regione, e l’art. 14 lett. i) dello Statuto affida alla Regione la legislazione esclusiva in materia di acque pubbliche, si potrebbero solo escludere le opere pubbliche relative alle acque quando queste opere avessero esclusivo interesse nazionale.

DIRITTO

L’Alta Corte ritiene:

1) che nel decreto presidenziale 30 luglio 1950, n. 878 il riferimento all’art. 43 dello Statuto è implicito nella premessa: «Visto lo Statuto della Regione Siciliana ». Nel pia sta il meno, Se il decreto si riferisce a tutto lo Statuto, indubbiamente comprende anche l’art. 43. la cui omissione sarebbe irrilevante agli effetti della validità e costituzionalità del decreto.

2) che la diversa, forma usata nell’art. 2 col riferimento al « Ministero dei lavori pubblici invece che col « Governo dello Stato » non può essere intesa come avente effetto limitativo della disposizione dell’art. 20 dello Statuto Siciliano, al quale fa ampio riferimento l’art. 1 del decreto in esame. Il potere di emanare direttive è attribuito al Governo dello Stato: questa competenza non è e non si può intendere modificata dal citato art. 2, il quale designa il Ministero dei lavori pubblici, ma come organo trasmette le direttive generali stabilite dal Governo dello Stato. In questo senso la disposizione dell’art. 2 è legittima.

3) L’uso della parola «Regione» invece di « Presidente ed Assessori regionali » di cui all’art. 20 dello Statuto, per quanto possa essere discutibile, perché nel caso presente si tratta di rappresentanza statale che appartiene al Presidente ed agli Assessori da lui delegati e non allo Ente Regione, deve essere interpretata ed applicata con riferimento al testo dell’art. 20 dello Statuto, che ha valore di legge costituzionale e non nel senso che possa essere investito di funzioni statali genericamente l’Ente Regione come tale. Il contesto e la portata dell’articolo legittimano tale interpretazione, senza che vi ricorrano elementi di incostituzionalità.

4) Riguardo poi all’art. 3 del decreto in esame ed alle censure che ad esso sono state fatte, è da notare che per l’art. 14 dello Statuto, lettera g), la Regione ha la legislazione esclusiva sui «lavori pubblici, eccettuate le grandi opere pubbliche d’interesse prevalentemente nazionale ». Nella concorrenza dei due interessi (il regionale e il nazionale), prevale il secondo agli effetti de poteri. Alla lettera del detto art. 14 la competenza della Regione è estesa alle acque pubbliche, che non siano oggetto di opere pubbliche d’interesse nazionale.

È evidente che in quanto le acque pubbliche sono oggetto di «opere pubbliche di interesse nazionale» lo Stato deve avere esercitato il potere di usare di tali acque a scopi determinati, e la, Regione, al cui demanio per l’art. 32 dello Statuto appartengono tutte le acque pubbliche, deve pur avere riconosciuto il prevalente interesse nazionale (salve eventuali controversie da decidersi in sede competente). Pertanto le formule usate dal decreto in contestazione devono essere intese, con riferimento e aderenza alle disposizioni dello Stanno e quindi non possono comprendere poteri, in genere, e autorizzazioni e concessioni in ispecie, che non concernono opere pubbliche di interesse nazionale, nel senso sopra precisato.

La impugnativa riguarda anche « le linee elettriche di trasporti con tensione non inferiore ai 15 wolts (g) le grandi derivazioni di acque pubbliche (h) e tutte le altre opere che lo Stato, sentita la Regione. riconoscerà di prevalente interesse nazionale (m) ». Ma è chiaro che le opere pubbliche suddette, in quanto interesse nazionale, sono di competenza dello Stato, comprese anche le concessioni e le autorizzazioni connesse a tali opere con esclusione di ogni altra concessione ed autorizzazione estranea alle opere di interesse nazionale, che restano di competenza regionale.

P. Q . M.

L’Alta Corte non rileva elementi di illegittimità del decreto presidenziale 30 luglio 1950, n. 878, in quanto il riferimento dell’art. 2 al Ministero dei lavori pubblici serve a precisare l’organo amministrativo a mezzo del quale il Governo dello Stato dà le direttive di cui all’articolo 20 dello Statuto e la designazione letterale della «Regione » non può intendersi che per il Presidente della Regione e gli Assessori da lui delegati che rappresentano statutariamente lo Stato; e in quanto le indicazioni delle lettere g), h) ed m) dell’art. 3 del decreto, coerentemente ai termini degli artt. 16, 32 e 20 dello Statuto, riguardano opere pubbliche di prevalente interesse nazionale, e non autorizzazioni e concessioni, che non siano connesse alle opere pubbliche suddette; pertanto non accoglie il ricorso del Presidente della Regione.