CONSULTA ONLINE 

 

Alta Corte per la Regione siciliana

 

Decisione 10 gennaio 1951 - 2 marzo 1951, n. 30

sul ricorso del Commissario dello Stato contro la legge approvata dall’Assemblea regionale il 5 dicembre, 1950, concernente: «Estensione alle imprese armatoriali delle agevolazioni fiscali di cui ai titoli I e II della legge regionale 20 marzo 1950, n. 29».

 

Presidente: SCAVONETTI; Estensore: STURZO; P, M. EULA;  Commissario Stato (Avv. St. ARIAS) - Regione Siciliana  Avv.ti  E. LA LOGGIA, ORLANDO CASCIO, LEFEBRE D’OVIDIOI.

 

(omissis)

L’Assemblea regionale siciliana nella seduta del 5 dicembre 1950 approvava la legge che porta il titolo :«Estensione alle imprese armatoriali delle agevolazioni fiscali di cui ai titoli I e II della legge regionale 20 marzo 1950 n. 29». La estensione di tali agevolazioni fiscali è concessa alla nuove imprese armatoriali che saranno costituite sotto determinate condizioni nella Regione entro cinque anni dall’entrata in vigore della legge e riguardano l’esenzione per dieci anni dall’imposta di ricchezza mobile e dall’imposta speciale di cui al comma terzo dell’art. 4 del D.LL. 19 ottobre 1944, n. 384, dalla tassa fissa di registro di L. 200 per ogni atto riguardante il primo trasferimento di terreni e fabbricati, nonché le agevolazioni fiscali per tasse di registro ed ipotecarie, nella stessa misura per gli atti concernenti costituzioni, trasformazioni, fusioni di società, emissione di obbligazioni e simili.

Il  ricorso del Commissario dello Stato si basa sopra i seguenti punti:

1) La materia di imprese armatoriali non figura fra quelle di competenza esclusiva della Regione ex art. 14 dello Statuto siciliano, e non può rientrare nella competenza dell’ari. 36 che egli qualifica come complementare.

2) I limiti dell’esercizio della potestà regionale derivanti dall’art. 36 e che l’Alta Corte ha messo in evidenza non sono stati osservati, per il fatto che sono sari estesi alle imprese armatorali siciliane benefici fiscali che non trovano riscontro nella legislazione statale, venendo così a crearsi a loro favore una situazione di particolare privilegio ed eccedendo i limiti territoriali con grave turbamento degli interessi e rapporti tributari nella rimanente parte della Nazione.

3) Lo stesso Commissario rileva come eccedente la potestà derivante dall’art. 17 dello Statuto siciliano la disposizione dell’utilizzo dei turni della gente di mare a favore dei marinai dell’isola, come turbativa degli accordi intersindacali a carattere nazionale. Però nella discussione questa eccezione venne meno, essendosi chiarito trattarsi dei turni particolari per i quali è lasciata libertà all’armatore, ed essendo stato anche rilevato che non esiste legislazione vincolativa in tale materia.

Resiste a tale ricorso la Regione Siciliana, affermando la propria competenza per gli artt. 14 e 36 dello Statuto e per non avere ecceduto i limiti territoriali.

Il Procuratore generale, nell’udienza del 9 gennaio 1951 ha concluso che sia da accogliere il ricorso del Commissario dello Stato perché la legge in parola sorpassa la competenza regionale, adattando all’industria armatoriale leggi statali che non la contemplano ed eccede il limite della territorialità, favorendo così possibili evasioni fiscali a danno dello Stato.

Ciò premesso l’Alta Corte osserva:

IN DIRITTO

In ordine al primo motivo del ricorso, circa la competenza della Regione siciliana a legiferare in materia di imprese armatoriali si ritiene che questa derivi dall’art. 14. Non si può disconoscere che le imprese armatoriali appartengono al ramo della industria e allo stesso tempo a quello del commercio di cui alla lettera d) dell’art. 14 che disciplina la legislazione esclusiva della Regione. Le disposizioni fiscali della legge impugnata non hanno uno scopo puramente finanziario « per provvedere al fabbisogno della Regione (come si esprime l’art. 36) sì bene lo scopo di agevolare l’incremento dell’industria armatoriale dell’Isola: e poiché il provvedimento incide sui tributi dovuti per Statuto alla Regione e dalla medesima riscossi, è anche competente la Regione per l’art. 36 dello Statuto a fissarne le esenzioni.

La questione accennata dal Commissario nel suo ricorso, e ampiamente svolta dalla difesa, circa la inapplicabilità dei favori fiscali della legge 20 marzo 1950 per le industrie isolane alle imprese armatoriali, sia per il fatto della diversità della natura strutturale e finalistica delle une e delle altre, sia perché la legge 20 marzo 1950 fa espresso richiamo ai due provvedimenti statali per la industrializzazione del Mezzogiorno: - D.L. 14 dicembre 1947, n. 1598 e legge 29 dicembre 1948, n. 1482, nei quali nulla si prevede a favore della industria armatoriale — non ha rilevanza agli effetti della competenza legislativa della Regione. Nessun canone giuridico vieta di applicare le stesse esenzioni fiscali a categorie diverse di attività produttive quali l’agricoltura, l’industria e il commercio, o a diverse branche industriali come le elettriche o la tessile. Se un rilievo può essere fatto, questo vale più per la tecnica legislativa anziché per la competenza. Il richiamo che la legge regionale del 20 marzo 1950 fa dei provvedimenti legislativi a favore delle industrie del Mezzogiorno, non può creare un limite (che non potrebbe essere altro che un autolimite del legislatore regionale) alla competenza derivante dagli artt. 14 e 36 dello Statuto.

Non si tratta, nel caso presente, di applicare una legge-cornice, chè tali non sono i provvedimenti legislativi del 1947 e del 1948 a favore del Mezzogiorno, sì bene di provvedere ex novo ad un ramo della industria di competenza regionale.

In ordine al secondo motivo che riguarda il limite territoriale, non sarebbe stato mantenuto, in quanto la legge del 5 dicembre 1950 potrebbe gravemente turbare gli interessi e i rapporti tributari nella rimanente parte della Nazione, la Corte rileva anzitutto che le imprese armatoriali, estendendo la propria attività in tutti i mari, non si identificano, in rapporto alla nazionalità, che per la sede dell’impresa, l’iscrizione delle navi, la bandiera e simili.

Pretendere che tali imprese debbano «esplicare nella Regione tutta quanta la loro attività», come afferma la difesa dello Stato, sarebbe lo stesso che negare la possibilità di caratterizzare come regionale, qualsiasi impresa armatoriale, anche le attuali che hanno una lunga esistenza in loco e che nessuno nega che appartengano alla Sicilia. Ragionevolmente i limiti territoriali derivano dal carattere della industria; così nessuno nega che ogni gruppo di tali imprese possa definirsi dalla sede sociale amministrativa e di armamento con l’inserzione nel relativo compartimento marittimo come si fa comunemente parlando di industrie simili in Genova o Trieste, Napoli o Venezia.

Il complesso produttivo delle zone di retroterra viene sviluppato dalla proporzionalità dei traffici armatoriali e viceversa le imprese armatoriali vengono sviluppate dall’incremento produttivo del retroterra. Vi è pertanto un reciproco influsso che rende aderenti al complesso economico delle zone adatte al traffico marino, al movimento dei passeggeri e al trasporto dei prodotti. Questo complesso può essere reso più intenso quando l’armamento serve alla pesca, sia nei mari contigui sia negli oceani, e quando le industrie conserviere e le relative utilizzazioni si fanno in loco, come si fa in Sicilia, dove tale industria è tradizionale al punto che gli emigrati siciliani l’hanno sviluppata in California con mezzi più moderni e risultati notevoli.

Le condizioni fissate ai numeri 1 e 3 dello art. 1 della legge regionale in parola, per la dicitura incerta e limitativa, danno l’impressione che l’attività di tali imprese armatoriali possa essere marginale e non abbia come primo scopo l’incremento reciproco e del commercio dell’isola da una parte e dell’armamento così favorito dall’altra parte. E mentre si riconosce che per i depositi non sono necessari magazzini propri, potendo ogni ditta servirsi di magazzini generali, statali, consorziali e simili, e che le attrezzature industriali accessorie non sono necessarie a caratterizzare l’appartenenza al posto di una ditta armatoriale, la regolarità e normalità degli scali nella Regione e la esistenza di capolinee sono, invece, chiari indici del rapporto che passa fra industrie e commerci di retroterra e lo sviluppo armatoriale.

È naturale che allo stesso fine la Regione abbia aggiunto la condizione dell’utilizzo nei turni particolari del personale marittimo della Sicilia, sulla quale disposizione sembra cessata ogni opposizione del Commissario dello Stato, per il chiarimento avuto che la disposizione si riferisce al turno particolare escludendone quella generale e ciò più per rispetto all’uso che per questione che attenga alla illegittimità del provvedimento.

Uno dei punti controversi che merita rilievo è quello sollevato dalla difesa dello Stato circa la natura dei favori fiscali concessi dallo Stato all’armamento, ritenendosi che questi siano concessi in funzione del collegamento con l’attività cantieristica, e non mai dati all’armamento in forma autonoma. Ha replicato la difesa della Regione, affermando non essere ciò perfettamente esatto, avendo lo Stato applicato le esenzioni anche all’acquisto di navi all’estero e alla ricostituzione di flotte. In verità, lo Stato si è preoccupato di dare impulso alla ricostituzione e allo sviluppo della marina mercantile, che per la maggior parte si serve dei cantieri italiani: il collegamento riesce di vantaggio alle due industrie, la cantieristica e l’armatoriale. Ma è evidente che la seconda usufruisce dei vantaggi fiscali anche per la sua propria attività. È quindi di interesse generale che le esenzioni fiscali contengano un certo nesso con l’incremento del naviglio nazionale (è recentissima una disposizione del Ministero delle finanze a questo scopo circa la licenza e il benestare bancario da esibirsi dagli acquirenti di navi all’estero)

Per quanto la eccezione sollevata dalla difesa dello Stato circa questo punto on possa presentarsi come motivo di illegittimità può avere un ceno peso nella valutazione del rilievo seguente sul quale l’Alta Corte ha accentrato il motivo della sua decisione. Invero nella legge in esame si rileva la mancanza di disposizioni atte a impedire la formazione di società che possano impiantarsi fittiziamente in Sicilia per ottenere i vantaggi della legge 5 dicembre 1950 violandosi il limite territoriale. Per giunta, certe frasi dell’art. 1, come si è rilevato, possono dar luogo ad equivoche interpretazioni e il disposto dell’art. 4, che applica le esenzioni fiscali, comprese quelle per la ricchezza mobile e la tassa speciale, al caso di trasformazione fusione e concentrazione di società, pur con le condizioni fissate dall’art. I della stessa legge potrebbero dar luogo a simili tentativi, mentre il mancato accenno sia alla costruzione che all’acquisto di navi, tanto in Italia che all’estero, può far supporre che si tratti di ditte che si trasferiscono in Sicilia al principale scopo di ottenere le esenzioni fiscali.

La mancanza pertanto di precauzioni normative atte ad evitare un grave danno all’erario dello Stato per somme che potrebbero essere dovute da imprese che fittiziamente verrebbero classificate come siciliane, inficia la legittimità della legge regionale 5 dicembre 1950.

P.Q.M.

L’Alta Corte respinge la eccezione di incompetenza concernente il potere legislativo della Regione in materia di esenzioni fiscali a favore dell’industria amatoriale in Sicilia, in applicazione degli artt. 36 e 14 dello Statuto, ed accoglie il ricorso del Commissario dello Stato contro la legge regionale 5 dicembre 1950, in quanto nella formulazione attuale non risulta osservato il limite dell’efficacia territoriale.