CONSULTA ONLINE 

 

Alta Corte per la Regione siciliana

 

 

Decisione 13 agosto 1948 - 15 gennaio 1949, n. 7

su ricorso del Commissario dello Stato contro la legge approvata dall’Assemblea regionale il 16 giugno 1948, concernente: « Applicazione nel territorio della Regione Siciliana del D. L. C. P. S. 25 novembre 1947, n. 1283, relativo all’istituzione di un’addizionale straordinaria all’imposta generale sull’entrata».

 

Presidente: SCAVONETTI, Estensore: ORTONA; P.M. . EULA. — Commissario Stato (Avv. St. DE BERNARDINIS) - Regione Siciliana (Avv.ti E. LA LOGGIA, SALEMI, ORLANDO CASCIO).

 

(omissis)

Con decreto legislativo del Capo dello Stato 25 novembre 1947,n. 1283, fu istituita un’addizionale straordinaria dell’uno per cento dell’entrata imponibile — ridotta a metà per gli atti economici relativi al commercio dei prodotti indicati nell’art. del D. L. 27 dicembre 1946, n. 469 in aggiunta alle aliquote vigenti in materia di imposta generale sull’entrata.

Con legge approvata nella seduta del 16 giugno 1948 dell’Assemblea regionale siciliana, fu stabilito (art. 1): « Tutte le disposizioni contenute nel D. L. del Capo Provvisorio dello Stato 25 novembre 1947, n. 1283, si applicano nel territorio della Regione Siciliana, con la seguente aggiunta all’art.2 :

« — L’addizionale non è dovuta dagli esercenti professioni, arti e mestieri, che corrispondono l’imposta in abbonamento ed i redditi dei quali siano accertati o siano accertabili ai fini dell’imposta di R. M. in categoria C. I. — ».

Il Commissario dello Stato, con ricorso comunicato il 16 luglio 1948 al Presidente della Regione Siciliana, impugnava avanti questa Alta Corte la detta legge regionale per illegittimità costituzionale. E l’Avvocatura dello Stato, con memoria illustrativa, proponeva all’esame dell’Alta Corte due questioni:

— La prima, basata sul principio che le leggi dello Stato hanno vigore in tutto il territorio dello Stato medesimo, senza che le regioni possano accettarle o meno, o modificarle; ma solo possono impugnarLe davanti la Corte costituzionale o, per le leggi di cui all’art. 25, lettera b) dello Statuto Siciliano, davanti l’Alta Corte, ove le dette leggi abbiano invaso la sfera di competenza legislativa della Regione;

  La seconda, fondata sulla tesi che la Regione Siciliana, come le altre regioni, non abbia il potere di imporre e disciplinare i tributi generali erariali istituiti e regolati dalle leggi dello Stato, ma solo quello di riscuoterli, se ad essa assegnati.

La Regione Siciliana, con controricorso e memoria:

— In via preliminare, ha eccepito l’inammissibilità dell’impugnativa del Commissario dello Stato, in quanto preclusa dalla acquiescenza alle precedenti leggi regionali, che avevano recepito leggi tributarie dello Stato.

— Subordinatamente, nel merito, ha sostenuto l’infondatezza della impugnativa, in quanto la Regione Siciliana ha, in forza dell’art. 36 dello Statuto, il potere legislativo nella materia tributaria, con la sola eccezione per le imposte di produzione e per le entrate dei tabacchi e del lotto.

Il Procuratore generale — premesso che nello Statuto siciliano è prevista per alcune materie (art. 14) una potestà esclusiva legislativa della Regione e per altre (art. 17) una potestà integrativa — ha rilevato che, per la materia tributaria, vi è nello Statuto una disposizione, quella dell’art. 36, dalla quale si può desumere che in via generale, con l’esclusione dei tributi indicati nel capoverso, sia attribuita alla Regione la potestà legislativa; ma non è precisato quale sia il contenuto di questa potestà, particolarmente in relazione ai tributi erariali. Pertanto — tenuta presente la norma fondamentale dell’art. 119, 1° comma, della Costituzione (per cui le regioni hanno autonomia finanziaria nella forma e nei limiti stabiliti da leggi della Repubblica, che la coordinano con la finanza dello Stato, delle provincie e dei comuni) e considerato che questo coordinamento non è stato ancora effettuato, ma i rapporti finanziari fra lo Stato e la Regione Siciliana sono regolati provvisoriamente dal decreto legislativo 12 aprile 1948, n. 507, con salvezza (art.7) della disciplina definitiva — ha concluso che, allo stato attuale della legislazione, sia legittima, da parte della Regione, la percezione dei tributi erariali, con la cennata eccezione delle imposte di produzione e monopoli, e siano illegittime l’imposizione e l’esecuzione.

 

OSSERVA IN DIRITTO

 

Che l’eccezione di preclusione dell’impugnativa, per acquiescenza alle precedenti leggi regionali in materia tributaria, non ha fondamento perchè, nel caso, trattasi di legge che ha propria autonomia giuridica.

Che, nel merito, si presentano all’esame del Collegio le seguenti questioni: se le leggi dello Stato, in materia tributaria, abbiano senz’altro vigore nella Regione Siciliana; se, nell’affermazione, anche la Regione abbia una sua potestà legislativa nella cennata materia; e se e quali ne siano i limiti.

In ordine alla prima questione, l’Alta Corte ritiene che le leggi dello Stato hanno vigore in tutto il territorio della Repubblica, compresa la Sicilia, senza che occorra una legge regionale di recezione; ciò in base ai principio generale per cui le leggi, dopo la pubblicazione e la vacatio, divengono obbligatorie nello Stato. Si noti pure che, nella materia tributaria, la Regione Siciliana non ha « legislazione esclusiva». Questa potestà è riconosciuta dallo Statuto per la Regione Siciliana, art. 14, nelle materie ivi elencate, fra le quali non è quella tributaria.

Della materia tributaria lo Statuto si occupa nel Titolo V (patrimonio e finanze) e, più particolarmente, nell’art. 36, del seguente tenore:

«Al fabbisogno finanziario della Regione si provvede con i redditi patrimoniali della Regione e a mezzo di tributi, deliberati dalla medesima.

« Sono però riservate allo Stato le imposte di produzione e le entrate dei tabacchi e del lotto».

Dall’oggetto del titolo e della formulazione dell’art. 36 si desume che lo Statuto ha inteso principalmente fornire alla Regione i mezzi finanziari per far fronte alle spese a suo carico. Ma l’art. 36 soggiunge che i tributi (assegnati alla Regione Siciliana nella loro totalità, e non in una determinata quota, come per i tributi erariali a favore di altre regioni) sono « deliberati dalla medesima ». Questa espressione vale ad affermare una potestà della Regione di deliberare, di legiferare, nella materia delle imposte ad essa assegnate.

Pertanto, la seconda questione, della potestà legislativa della Regione nella cennata materia, va risoluta in senso affermativo.

Data la potestà legislativa tributaria dello Stato, come sopra riconosciuta, con efficacia obbligatoria anche nel territorio della Sicilia, e, daltra parte, ammessa la potestà della Regione per i tributi alla stessa assegnati, deve quest’ultima potestà essere coordinata con quella dello Stato. E’ questa una esigenza d’ordine politico e giuridico (cfr. pure art. 119 della Carta costituzionale) ed è in piena aderenza con il principio fondamentale enunciato nell’art. I dello Statuto, per cui la Sicilia è costituita in Regione autonoma «entro l’unità politica dello Stato italiano» sulla base dei principi democratici. E quando si consideri che il potere di imposizione deriva dalla sovranità dello Stato, e che il sistema tributario ha aspetti e riflessi anche di natura politica nell’ordinamento generale dello Stato, si comprende ancor meglio come la potestà legislativa della Regione non possa essere esercitata in modo indipendente da quella dello Stato, ma in determinati limiti.

Un primo limite, che vale per tutte le leggi ordinarie, comprese quelle regionali, è dato dalle norme costituzionali.

Un secondo limite è costituito dai principi e dagli interessi generali cui s’informa la legislazione dello Stato (giusta l’espressione che leggesi nell’art. 17 dello Statuto per la Sicilia).

Un terzo limite ha la sua base nella territorialità del potere della Regione; la quale importa non solo che la legge regionale abbia efficacia entro i confini della Regione, ma che non debba turbare, con le sue disposizioni, gli interessi e i rapporti tributari nel resto del territorio della Repubblica.

Esaminata in base agli indicati criteri di massima la legge approvata il 16 giugno 1948 dall’Assemblea regionale siciliana ed impugnata dal Commissario dello Stato, si osserva:

La detta legge dichiara anzitutto applicabile nel territorio della Regione il decreto legislativo del Capo dello Stato 25 novembre 1947 n. 1263. Ora, per questa parte, la legge regionale deve dirsi superflua e giuridicamente irrilevante, in quanto la legge dello Stato era già in vigore in tutto il territorio dello Stato medesimo, compresa la Sicilia,a decorrere dalle date in essa fissate.

La legge regionale poi stabilisce che l’addizionale all’imposta sull’entrata «non è dovuta dagli esercenti professioni, arti e mestieri, che corrispondono l’imposta in abbonamento ed i redditi dei quali siano accertati, e siano accettabili ai fini dell’imposta di ricchezza mobile in categoria C. I». Questa parziale modificazione della legge statale determinata da esigenze economiche regionali, non eccede dai limiti ‘sopra indicati, tanto più che la stessa legge dello Stato stabilisce già una riduzione alla metà dell’addizionale per alcune categorie di atti economici (art. I, comma 2 e 3), e, quindi, non può dirsi illegittima la disposizione dell’Assemblea regionale che dichiara non dovuta l’addizionale per altra particolare categoria. Pertanto, l’art. I della legge impugnata, nella sua seconda parte, deve dichiararsi costituzionalmente legittimo.

 

P. Q. M.

 

L’Alta Corte dichiara superflua ed irrilevante la disposizione dell’art. I della legge regionale 16 giugno 1948, che estende alla Sicilia il decreto legislativo 25 novembre 1947, 15. 1283.

Dichiara costituzionalmente legittime le disposte esenzioni dall’addizionale.

E pertanto rigetta il ricorso.