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Alta Corte per la Regione siciliana

 

Decisione 5 luglio 1948 - 17 agosto 1948, n. 1

sul ricorso del Commissario dello Stato contro la legge approvata dall’Assemblea regionale il 1° ottobre 1947, concernente: «Norme riguardanti le azioni di società di nuova costituzione nella Regione».

 

Presidente: SCAVONETTI; Relatore: BRACCI; Estensore: VASSALLI; P. M. EULA; Commissario Stato (Avv. St. VASILOTTA - Regione Siciliana (Avv.ti E. LA LOGGIA , SALEMI, ORLANDO CASCIO, RUBINO).

 

(omissis)

Ritenuto che la legge regionale impugnata stabilisce, all’art. 1, che le azioni delle società di nuova costituzione nella Regione Siciliana, aventi come oggetto la costruzione di nuovi impianti industriali e le iniziative armatoriali nella regione stessa, possono essere al portatore, stabilisce, fra l’altro, agli artt. 3 e 4, che l’autorizzazione ad emettere le azioni al portatore dovrà essere subordinata al deposito, a titolo di garanzia, di una parte delle azioni, non inferiore in ogni caso al decimo del capitale sottoscritto o dell’aumento del capitale sociale; e che le azioni così depositate potranno essere confiscate a favore del demanio regionale tutte le volte che la società agisca in frode della legge in oggetto o comunque violi le prescrizioni del decreto di autorizzazione o senza giustificato motivo non completi le opere o non attivi impianti nel termine stabilito nel decreto di autorizzazione;

Ritenuto che la legge è impugnata dal Commissario dello Stato, osservandosi che «date le conseguenze che la legge potrebbe provocare sull’economia nazionale e dati i fondati dubbi che possono sorgere circa la costituzionalità dei provvedimento, sembra opportuno che si pronunci in proposito l’Alta Corte»;

Ritenuto che la difesa della Regione ha espressamente rinunciato alla eccezione preliminare di inammissibilità del ricorso che erasi dedotta per essere mancata la pronuncia di annullamento della legge entro i trenta giorni dall’impugnazione proposta dal Commissario dello Stato, ai sensi dell’art. 29 dello Statuto regionale e dell’art. 10 del D.LC.P.S. 15 settembre 1947, n. 942. Né può l’Alta Corte, conoscendo ex officio, ritenere l’inammissibilità, in quanto l’art. 10 del citato decreto, alla impugnazione del quale per illegittimità costituzionale la Regione ha rinunciato, fa decorrere appunto dalla costituzione dell’Alta Corte (seguita soltanto il s giugno 3948) i termini pel deposito del ricorso e per la decisione da parte dell’Alta Corte; ciò a prescindere dalla circostanza che la legge impugnata non era stata ancora pubblicata alla data della decisione stessa.

Ritenuto che l’illegittimità costituzionale, della quale soltanto è giudice questa Alta Corte, si prospetta dalla difesa dello Stato alternativamente nella violazione dell’art. 14 lett. d) o dell’art. 17 lett. e) dello Statuto regionale;

Ritenuto che sembra doversi escludere rientri la materia regolata dalla legge in oggetto nella disciplina del credito, delle assicurazioni e del risparmio, menzionate dall’art. 17 lett. e) come una delle materie concernenti la Regione nelle quali può esplicarsi la potestà legislativa di questa in funzione concorrente con lo Stato, dacché, esclusi il credito e le assicurazioni, un nesso soltanto indiretto e remoto presenta col risparmio il regime dei titoli azionari. Si rientra piuttosto nella legislazione esclusiva riservata alla Regione in materia di « industria e commercio » (art. 14 lett. d) dello Statuto), nella quale, oltre i limiti generali derivanti dall’ambito territoriale della Regione e dalle leggi costituzionali dello Stato, nonché dalle riforme agrarie e industriali da deliberarsi dalla Costituente del popolo italiano, è fissato il limite specifico così espresso « salva la disciplina dei rapporti privati ».

Ritenuto che dalla legge in esame non è sorpassato né il limite rappresentato da quest’ultimo inciso, né quello risultante dalla sfera territoriale di vigore della legge regionale. Le disposizioni del R.D.L. 25 ottobre 1941, n. 1148, che resero obbligatoria la nominatività dei titoli azionari non possono riguardarsi quale « disciplina di rapporti privati » a sensi della menzionata disposizione statutaria. Esse sospesero un elemento della disciplina giuridica dei titoli azionari, quale delineata nell’art. 2355 cc. a norma del quale le azioni possono essere così nominative come al portatore, a scelta dell’azionista, se l’atto costitutivo non stabilisce che debbano essere nominative. Come avverte l’art. 109 delle disposizioni di attuazione c.c. « per le società per azioni soggette al R.D.L. 25 ottobre 1941, n. 1148 e per la durata di tale decreto non si applicano le disposizioni del libro V del codice relativo alle azioni del portatore ». Non tanto, dunque, quella sulla nominatività obbligatoria dei titoli azionari è disposizione destinata a foggiare uno degli istituti del diritto privato (di cui si è voluta assicurare l’uniformità nello Stato), quanto è piuttosto una deroga a codesta disciplina, determinata da contingenti valutazioni di politica economica e finanziaria, ampiamente illustrata dai documenti del tempo. La clausola «salva la disciplina dei rapporti privati», nei suoi termini largamente approssimativi, deve essere intesa nel senso più conveniente alla materia di cui trattasi: sicché, riferita com’è all’industria e al commercio, il cui esercizio dà luogo presso di noi prevalentemente a «rapporti privati», non può intendersi che in un significato più limitato e preciso di quello che ne importi il significato letterale, e cioè con riguardo a quelle norme che pongono in essere il regime di diritto privato che ha la sua sede nel codice civile e che vuolsi abbia a restare comune tra i cittadini dello Stato. S’impone, pertanto, nell’applicazione della limitazione espressa dall’inciso in esame una discriminazione accurata, senza di che resterebbero eliminate dalla competenza legislativa della Regione le materie ad essa demandate con codesta disposizione. Nella specie è appunto da considerare che l’obbligatoria nominatività dei titoli azionati, se pur si ripercuote sulla disciplina dei rapporti privati (come vi si ripercuote, ad esempio, un calmiere o un ammasso obbligatorio), non è immediatamente considerata se non una misura di carattere economico e finanziario. E che non trattisi di disposizione che si inserisce direttamente nel codice civile, sostituendosi alle disposizioni del medesimo, è confermato dall’atteggiamento stesso del legislatore che, vigente il menzionato decreto-legge, ha dettato nel codice civile il precetto dell’art. 2355, il quale prevede le azioni al portatore a fianco di quelle nominative e ha riservato ad una norma di attuazione la menzione della temporanea sospensione di quel precetto.

La legge regionale non viola neppure il limite territoriale imposto alla sua efficacia. Non solo le azioni al portatore non possono essere emesse che da società le quali si costituiscono in Sicilia, ma le disposizioni degli artt. 3 e 4 tendono ad assicurare nel modo più efficace che l’attività sociale si esplichi per opere ed impianti localizzati in Sicilia o per iniziative aventi ivi la loro sede e il loro centro di irradiazione quando trattisi, come per le imprese armatoriali, di imprese che altra localizzazione non possono avere se non quella dei rapporti di armamento. Che i titoli azionari emessi in Sicilia possano circolare anche fuori della Sicilia, non importa violazione dell’ordine giudirico vigente nelle regioni continentali o nelle altre isole dell’Italia più di quello che importi la circolazione di persone o di cose le quali hanno il loro proprio statuto nel territorio donde provengono; il territorio che li riceve fa valere rispetto a cose e a persone quel regime che è predisposto per la tutela dei suoi propri interessi in materia. È appunto quel che avviene anche oggi per i titoli al portatore emessi da società straniere e che si trovino in Italia: pci quali opportunamente può ricordarsi anche la recente disposizione della legge sull’imposta straordinaria progressiva sul patrimonio (art. 5 della legge 1° settembre 1947, n. 828).

Ritenuto che il provvedimento legislativo impugnato rientra pertanto nella sfera di quella autonomia che è destinata a porre in essere le condizioni più idonee allo sviluppo dell’industria e dei traffici nell’isola, cioè ad attuare fini di politica economica, che sono quegli stessi fini ai quali, con disciplina inversa in corrispondenza di diverse circostanze e di diversa valutazione, la legislazione statuale ha inteso provvedere col decreto legge del 1941 sulla nominatività obbligatoria delle azioni,

 

P.Q.M.

 

L’Alta Corte rigetta l’impugnazione proposta dal Commissario dello Stato verso la Regione Siciliana avverso la legge regionale 1° ottobre 1947, recante norme sulle società di nuova costituzione nella Regione.