ORDINANZA N. 79
ANNO 2000
REPUBBLICA ITALIANA
In nome del Popolo italiano
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori:
- Cesare MIRABELLI
Presidente
- Francesco GUIZZI Giudice
- Massimo VARI "
- Cesare RUPERTO "
- Riccardo CHIEPPA "
- Gustavo ZAGREBELSKY "
- Valerio ONIDA "
- Carlo MEZZANOTTE "
- Fernanda CONTRI "
- Guido NEPPI MODONA "
- Piero Alberto CAPOTOSTI "
- Annibale MARINI "
-
Franco BILE "
-
Giovanni Maria FLICK "
ha pronunciato la seguente
ORDINANZA
nel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 1957
del cod.civ., promosso con ordinanza emessa il 27 febbraio 1999 dal Pretore di
Venezia nel procedimento civile vertente tra Bortolato Alessandro e l'Unione
Sportiva Trivignano ed altri, iscritta al n. 294 del registro ordinanze 1999 e
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica n. 21, prima serie speciale, dell'anno 1999.
Visto l'atto d'intervento del
Presidente del Consiglio dei ministri;
Udito nella camera di
consiglio del 23 febbraio 2000 il Giudice relatore Franco Bile.
Ritenuto che il Pretore di Venezia, in funzione di giudice del
lavoro, con l’ordinanza indicata in epigrafe, ha reputato rilevante e non
manifestamente infondata, in riferimento all’art. 36 Cost., la questione di
legittimità costituzionale dell’art. 1957 del codice civile, nella parte in cui
consentirebbe che il termine entro cui il creditore deve proporre le sue
domande, per ottenere che la responsabilità del fideiussore permanga, debba
decorrere - in contrasto con il principio affermato dalla Corte costituzionale,
con la sentenza n. 63 del 1966 - dalla scadenza della singola obbligazione e
non invece dalla cessazione del rapporto, anche nel caso in cui si tratti di
credito retributivo, fondato su un rapporto di lavoro subordinato non assistito
da stabilità e fatto valere solidalmente nei confronti di un datore di lavoro,
costituito da un’associazione riconosciuta, e dei soggetti che abbiano agito in
nome e per conto della stessa e che siano perciò responsabili - con un’asserita
qualificazione di fideiussori ex lege
dell’associazione - ai sensi dell’art. 38 del codice civile;
che dall’ordinanza si apprende che la questione è stata sollevata nel giudizio promosso da un dipendente di un’associazione non riconosciuta, licenziato oralmente, per l’accertamento della nullità del licenziamento e la conseguente reintegrazione nel posto di lavoro, nonché per la condanna solidale, al pagamento di differenze salariali maturate nel periodo anteriore al licenziamento, dell’associazione e dei responsabili ex art. 38 del codice civile, i quali - sulla premessa che, secondo concorde giurisprudenza, la responsabilità prevista da detta norma a carico di chi abbia agito in nome e per conto di un’associazione non riconosciuta, deriverebbe da una fideiussione ex lege - avrebbero eccepito l’intervenuta decadenza del lavoratore dall’azione proposta contro di loro, quando era ormai <<trascorso il termine semestrale>> di cui all’ art. 1957, primo comma, del codice civile;
che
nel giudizio di costituzionalità è intervenuto con memoria il Presidente del
Consiglio dei ministri sostenendo l’irrilevanza e comunque l’infondatezza della
questione di legittimità costituzionale.
Considerato che - indipendentemente dall’esattezza
della riconducibilità della posizione dei soggetti di cui all’art. 38 cod. civ.
alla figura della fideiussione ex lege
(affermata l’ultima volta in epoca non recente nella giurisprudenza di
legittimità, la quale, invece, ha recentemente escluso il ricorso a quella
figura quanto alla non dissimile posizione dei soci illimitatamente
responsabili di società di persone, così lasciando intravedere un possibile
mutamento di indirizzo) - la motivazione dell’ordinanza circa la rilevanza
della sollevata questione appare palesemente insufficiente;
che, infatti, non indicando l’ordinanza il dies a quo dal quale i soggetti
convenuti ai sensi dell’art. 38 cod. civ. pretendono di far decorrere il termine
decadenziale, il riferimento al decorso dalla scadenza dell’obbligazione
principale e la successiva precisazione che i crediti azionati dal lavoratore,
maturati mensilmente, sarebbero scaduti da tempo non avendo egli agito nel
semestre previsto dall’art. 1957, sembrerebbero suggerire che sia stato
eccepito il decorso del termine dalla scadenza di ciascun credito retributivo,
ma tale implicazione appare contraddetta, laddove l’ordinanza osserva che
<<a causa della prospettata non ancora intervenuta cessazione del
rapporto (stante il licenziamento orale), una dichiarazione di
incostituzionalità nel senso sopra chiarito comporterebbe il persistere
dell’obbligazione dei convenuti equiparati ai fideiussori>>, facendo così
pensare che come dies a quo della
decadenza sia stata eccepita la data dell’estromissione del lavoratore avvenuta
con il fatto del licenziamento;
che
la mancanza di più precisi riferimenti circa lo svolgimento del processo, ed in particolare sul dies a quo con riferimento al quale
l’eccezione di decadenza sarebbe stata proposta, si risolve in insufficienza di
motivazione sulla rilevanza della questione, in quanto non consente di
comprendere se l’eccezione di decadenza - al cui rigetto, secondo il Pretore,
l’eventuale pronuncia di accoglimento sarebbe funzionale - sia stata sollevata
dai convenuti facendo decorrere il termine dalla cessazione del rapporto in
fatto per effetto del licenziamento oppure dalle anteriori scadenze dei singoli
crediti retributivi;
che tale
insufficienza di motivazione appare di particolare rilievo, poiché - ove la
decadenza fosse stata effettivamente eccepita assumendo come dies a quo il licenziamento - la
valutazione di rilevanza della questione avrebbe dovuto essere svolta tenendo
nella dovuta considerazione la circostanza che la sentenza n. 63 del 1966 di
questa Corte ha ritenuto non conforme a Costituzione il decorso della
prescrizione durante il rapporto di lavoro in ragione del timore del
licenziamento che grava sul lavoratore fin tanto che il rapporto sia in corso,
ravvisando in questo metus (
considerato non più configurabile dalla sentenza n. 174 del 1972 nel caso di
rapporto di lavoro stabile) un ostacolo materiale, che provoca nel lavoratore
una situazione psicologica idonea ad indurlo a non far valere - fino a quando
il relativo potere datoriale sia esercitabile - il proprio diritto al salario;
che,
pertanto, la questione deve essere ritenuta manifestamente inammissibile per
difetto di sufficiente motivazione sulla rilevanza.
Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n.
87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla
Corte costituzionale.
per questi
motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara la manifesta inammissibilità della
questione di legittimità costituzionale dell’art. 1957 del codice civile,
sollevata, in riferimento all’art. 36 della Costituzione, dal Pretore di
Venezia in funzione di giudice del lavoro, con l’ordinanza in epigrafe.
Così deciso in Roma, nella
sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'8 marzo 2000.
Cesare
MIRABELLI, Presidente
Franco
BILE, Redattore
Depositata in cancelleria
il 22 marzo 2000.