SENTENZA
N. 70
ANNO
1963
REPUBBLICA
ITALIANA
IN
NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA
CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori Giudici:
Prof. Gaspare AMBROSINI, Presidente
Prof. Giuseppe CASTELLI AVOLIO
Prof. Antonino PAPALDO
Prof. Giovanni CASSANDRO
Prof. Biagio PETROCELLI
Prof. Aldo SANDULLI
Prof. Giuseppe BRANCA
Prof. Michele FRAGALI
Prof. Costantino MORTATI
Prof. Giuseppe CHIARELLI
Dott. Giuseppe VERZÌ
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio di
legittimità costituzionale del D. P. R 28 agosto 1960, n. 1325, recante
"Norme sul trattamento economico e normativo dei lavoratori dipendenti
dalle imprese fabbricanti maglierie e calzetterie ", promosso con
ordinanza emessa il 31 marzo 1962 dal Pretore di Vignale Monferrato nel
procedimento penale a carico di Silvestri Lida, iscritta al n. 111 del Registro
ordinanze 1962 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 164
del 30 giugno 1962.
Visto l'atto di
intervento del Presidente del Consiglio dei Ministri;
udita nell'udienza
pubblica del 20 marzo 1963 la relazione del Giudice Giovanni Cassandro;
udito il sostituto
avvocato generale dello Stato Valente Simi, per il Presidente del Consiglio dei
Ministri.
Ritenuto
in fatto
1. - Nel corso di un
procedimento penale a carico della signora Lida Silvestri il Pretore di Vignale
Monferrato sollevò d'ufficio la questione di legittimità costituzionale
dell'articolo unico del decreto legislativo 28 agosto 1960, n. 1325, il quale
stabilisce che "i rapporti di lavoro costituiti per le attività per le
quali é stato stipulato il contratto collettivo nazionale di lavoro 24 maggio
1957, relativo ai lavoratori addetti alle aziende fabbricanti maglierie e
calzetterie, sono regolati da norme giuridiche uniformi alle clausole del
contratto collettivo anzidetto...".
Questa norma delegata
sarebbe in contrasto con la legge di delegazione 14 luglio 1959, n. 741, che
autorizza il Governo "ad emanare norme giuridiche aventi forza di legge...
nei confronti degli appartenenti ad una medesima categoria" e "per
tutte le categorie per le quali risultino stipulati accordi economici o
contratti collettivi" e, in conseguenza, con gli artt. 76 e 77 della
Costituzione. Il motivo del contrasto sarebbe da vedere, come si legge
nell'ordinanza, nella circostanza che la legge delegata, adoperando
l'espressione "rapporti di lavoro costituiti per le attività di
fabbricazione di maglierie e calzetterie", avrebbe esteso l'efficacia
delle norme anche nei confronti di quelle aziende, che, per essere, come nel
caso in questione, aziende artigianali, non appartengono alla
"categoria" delle associazioni stipulanti, alla quale, viceversa, la
legge di delegazione vuole limitata l'efficacia delle norme che il Governo é delegato
a emanare.
Il Pretore, in
conseguenza, ha sospeso il giudizio e trasmesso gli atti a questa Corte con
ordinanza 31 marzo 1962 la quale, ritualmente notificata e comunicata, é stata
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 164 del 30 giugno 1962.
2. - Nel presente
giudizio é intervenuto il Presidente del Consiglio dei Ministri, rappresentato
e difeso, come per legge, dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha
depositato l'atto di intervento il 10 maggio 1962.
L'Avvocatura
prospetta alla Corte due ipotesi.
Secondo la prima, la
norma impugnata, diversamente da quanto sostiene il Pretore nella sua
ordinanza, altro significato non avrebbe se non quello di attribuire alle norme
delegate efficacia limitata alle attività industriali e non anche a quelle
artigianali: del che sarebbero prova il tenore letterale della norma
("attività per le quali é stato stipulato il contratto collettivo ")
e la presunzione di conformità alla legge delegante che assiste la legge
delegata.
In tal caso
conseguirebbe la non fondatezza della questione proposta.
Alla stessa
conclusione si dovrebbe, per altro, giungere anche se la legge di delegazione
avesse voluto che le norme delegate si riferissero "alla categoria
individuata dall'oggettiva prestazione di lavoro", se cioè essa avesse
dato del termine "categoria " un significato tale per cui il termine
"attività" sarebbe di quello soltanto un sinonimo: come, del resto,
dovrebbe ammettersi dato che, in effetti, la categoria non é se non "la
sfera di interessi attinenti ad una determinata attività".
Non vi sarebbe perciò
contrasto tra la norma di delegazione e quella delegata, che sarebbero,
viceversa, "conformi ", nel senso che l'interpretazione della seconda
dipenderebbe dall'interpretazione della prima, e più specificamente del
concetto di categoria, che in questa compare. Con che il giudizio di
legittimità costituzionale sarebbe esaurito, in quanto, accertata quella
"conformità", esulerebbe dal suo ambito accertare, in concreto,
l'interpretazione da dare ad entrambe le norme.
3. - Senonché, per
completezza di esame, l'Avvocatura esprime la tesi che, essendo la categoria,
come già affermato, una sfera di interessi comuni a coloro che svolgono la
medesima attività, a questa attività, considerata in senso oggettivo, astratto,
indefinito, "vera e propria ' serie ' che abbraccia tanto quelli che
svolgono oggi l'attività come quelli che la svolgeranno domani, sotto qualsiasi
profilo ", occorre fare riferimento per determinare l'ambito di efficacia
della norma.
E poiché non potrebbe
dubitarsi che l'attività artigiana non sia "ontologicamente " diversa
dalla industriale, dalla quale la distingue soltanto una differenza nelle
dimensioni e nella struttura dell'impresa, differenza che può assurgere, ma
anche non assurgere, a elemento qualificatore di una diversa categoria, ben può
sostenersi, come ha sostenuto in una sua circolare il Ministero del lavoro, che
la disciplina dell'attività oggettiva di produzione debba essere applicata
anche ai dipendenti da imprese artigiane, quando queste, prosegue l'Avvocatura,
come nel caso, non si raggruppano in una categoria autonoma, individuata da
speciali contratti collettivi.
Conclude per la
dichiarazione di non fondatezza della questione.
4. - All'udienza del
20 marzo 1963 l'Avvocatura ha illustrato la propria tesi difensiva ed insistito
nelle già prese conclusioni.
Considerato
in diritto
1. - La questione non
é fondata.
Non é dubbio - e non
ne dubita nemmeno il Pretore di Vignale Monferrato -, che la legge 14 luglio
1959, n. 741, delegando il Governo a emanare norme giuridiche aventi forza di
legge "nei confronti di tutti gli appartenenti alla medesima
categoria", abbia conferito rilevanza giuridica non già a categorie
identificabili secondo astratti concetti classificatori delle attività produttive
e professionali, ma alle categorie, quali risultano dalla spontanea
organizzazione sindacale e dalla stipulazione collettiva. Né il legislatore
avrebbe potuto operare diversamente in un regime, come l'attuale, che
garantisce la libertà e l'autonomia dell'inquadramento sindacale.
E ciò appare evidente
dal tenore della legge, la quale stabilisce, nell'art. 1, che
"nell'emanazione delle norme il Governo dovrà uniformarsi a tutte le
clausole dei singoli accordi economici e contratti collettivi, anche intercategoriali,
stipulati dalle associazioni sindacali "; nell'art. 2, che "le norme
dovranno essere emanate per tutte le categorie per le quali risultano stipulati
accordi economici e contratti collettivi...", e, nell'art. 4, che "si
considerano associazioni stipulanti quelle che hanno sottoscritto gli accordi e
i contratti collettivi o che abbiano ad essi aderito": disposizioni tutte
che fanno coincidere l'ambito di efficacia delle norme che il Governo é
delegato ad emanare con quello coperto dalla stipulazione collettiva. Ma ciò
risulta, altrettanto evidentemente, dalla finalità della legge, la quale, come
la Corte ha già affermato (sentenza n. 106
dell'l1 dicembre 1962), ha voluto in sostanza estendere l'efficacia dei
contratti collettivi e degli accordi economici a coloro, imprese e lavoratori,
i quali, pur rientrando nella medesima categoria, identificata dal contratto
collettivo o dall'accordo economico, non ne potevano invocare l'applicazione in
base alle norme del diritto comune.
2. - É evidente, in
conseguenza, che il legislatore delegato non poteva sostituire alle categorie,
che si sono spontaneamente definite mediante l'autonomo ordinamento sindacale e
mediante la stipulazione di contratti collettivi o di accordi economici, altre
categorie, sulla base di un'astratta identificazione di attività merceologiche
o sulla scorta di altri criteri arbitrariamente prestabiliti. E in realtà non
l'ha fatto, perché il decreto legislativo, sottoposto all'esame della Corte,
non ha modificato il sistema della legge 14 luglio 1959, n. 741; non ha voluto,
cioè, estendere l'efficacia delle norme delegate a imprese di tipo diverso da
quello che ricorre nel contratto collettivo 24 maggio 1957 e quindi a
lavoratori dipendenti da imprese diverse da quelle rappresentate dalle
associazioni stipulanti. I destinatari delle norme delegate sono quelli stessi
identificati mediante riferimento al contratto collettivo dalla legge di
delega. Pertanto il dubbio affacciato dall'ordinanza di rimessione non é
fondato e si deve, invece, dire che il Governo ha rispettato i limiti della
delegazione.
Che sia questa la
soluzione da dare alla questione di costituzionalità sottoposta alla Corte, risulta
ancora dal tenore stesso della legge delegata, che si é limitata, con rigido
ossequio alla legge di delegazione, a fare proprie testualmente tutte le
clausole del contratto collettivo, o, come si dice inesattamente, ma
efficacemente, a recepirle, stabilendo chiaramente che l'ambito di efficacia
delle norme deve essere quello del contratto collettivo, nel senso che
l'estensione di codesta efficacia é da intendersi limitata alle imprese, e ai
lavoratori, che non hanno partecipato alla stipulazione collettiva, ma
avrebbero potuto parteciparvi, perché nelle medesime condizioni delle imprese e
dei lavoratori appartenenti alle associazioni che hanno stipulato il contratto,
e non già estesa ad imprese e a lavoratori appartenenti a categorie diverse,
autonomamente e diversamente organizzate, e per di più estranee alla
contrattazione collettiva.
Né a questa
conclusione si oppone il tenore dell'articolo unico del D.P.R. 28 agosto 1960,
n. 1325. Non l'ultimo comma, secondo il quale "i minimi di trattamento
economico e normativo sono inderogabili nei confronti di tutti i lavoratori
dipendenti dalle imprese fabbricanti maglierie e calzetterie ", dato che
queste imprese sono soltanto quelle del tipo che ricorre nel contratto
collettivo nazionale di lavoro 24 maggio 1957; e nemmeno il primo comma del
medesimo articolo unico, dove "le attività per le quali é stato stipulato
il contratto collettivo " non sono da intendere in senso oggettivo o
astratto, come sostiene l'Avvocatura dello Stato, ma nel concreto e puntuale significato
di attività ricomprese nell'ambito del contratto collettivo, svolte, cioè,
nelle imprese che sono state ricomprese nella contrattazione, e soltanto in
queste: o, detto diversamente, "attività" non avulse dal tipo di
azienda, per il quale sono stati stipulati i contratti, ma riferite ad aziende
di questo tipo, nell'ambito delle quali, esse, anche se in astratto analoghe o
identiche ad attività che si svolgono in aziende di tipo diverso, acquistano il
loro concreto significato economico e sindacale.
3. - Una volta
dichiarata non fondata la questione di legittimità costituzionale, perché non
sussiste il contrasto tra norma delegante e norma delegata, una volta, cioé,
accertato che il concetto di categoria al quale fa riferimento la legge di
delegazione é stato accolto nei decreti delegati, non é necessario che la Corte
determini i confini concreti della categoria, i quali devono essere desunti
caso per caso dalla stipulazione collettiva e con riferimento alle associazioni
stipulanti: compito che, nel caso presente e negli altri identici a questo, é
di competenza del giudice ordinario.
PER
QUESTI MOTIVI
LA
CORTE COSTITUZIONALE
dichiara non fondata
la questione di legittimità costituzionale del D. P. R. 28 agosto 1960, n.
1325, recante "Norme sul trattamento economico e normativo dei lavoratori
dipendenti dalle imprese fabbricanti maglierie e calzetterie ", in
relazione alla legge 14 luglio 1959, n. 741, e in riferimento agli artt. 76 e
77 della Costituzione.
Così deciso in Roma,
nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, 1'8 maggio 1963.
Gaspare AMBROSINI - Giuseppe
CASTELLI AVOLIO - Antonino PAPALDO - Giovanni CASSANDRO - Biagio PETROCELLI -
Aldo SANDULLI - Giuseppe BRANCA - Michele FRAGALI - Costantino MORTATI -
Giuseppe CHIARELLI - Giuseppe VERZÌ.
Depositata in
cancelleria il 15 maggio 1963.